Laudi, lo juventino che stangava anche la Juventus

Maurizio Laudi se n’è andato in silenzio, ieri, alle prime luci dell’alba, mentre dormiva nella sua casa a Torino. Ha tenuto fede fino in fondo al suo stile di vita e al suo temperamento schivo, riservato. Rare le interviste, pronte invece le spiegazioni in forma privata per illustrare provvedimenti o decisioni provenienti dal suo ufficio. Maurizio Laudi, 61 anni, è stato un magistrato di grande valore e coraggioso, schierato nella stagione del terrorismo, sul fronte delle indagini più rischiose ed è rimasto fino all’ultimo un grande appassionato di calcio. In riconoscimento del suo attaccamento al settore, divenne, nell’estate del ’94, il giudice sportivo del calcio italiano, l’erede del mitico Alberto Barbè. Accettò l’incarico, nonostante l’accertata fede per la Juventus, che mai gli procurò qualche censura. Non mancarono le accuse da cui si difese senza mai parlare, con il suo comportamento. Lungo i dodici anni di servizio alla causa calcistica, si ritrovò spesso a firmare provvedimenti contro la sua squadra del cuore, come nel 2005 quando adottò la prova tv contro Ibrahimovic squalificandolo per tre turni e impedendogli di partecipare alla sfida col Milan, decisiva per lo scudetto (la Juve vinse lo stesso con gol di Trezeguet). Dopo aver riformato i codici della giustizia sportiva, Laudi fu sfiorato dal ciclone di «calciopoli»: nelle intercettazioni trovarono un paio di richieste di pass per auto in occasione di qualche partita, fuffa. Perciò il presidente federale Abete e la Lega calcio hanno spedito messaggi di sincero cordoglio alla moglie Donatella e ai figli Chiara e Davide.
Da alcuni mesi, Maurizio Laudi, si era trasferito alla procura di Asti dopo aver svolto il ruolo di procuratore aggiunto a Torino. In passato aveva ricoperto anche il ruolo di esponente del Consiglio superiore della Magistratura.

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