«Lo smart working sta cambiando il modo di lavorare nel nostro Paese. Bisogna prima di tutto orientarlo affinchè diventi un'evoluzione positiva del modello organizzativo, senza rischiare di indebolire produttività, responsabilità e cultura del lavoro. Tuttavia, da un lato la legge, riconosce il lavoro da remoto come strumento di conciliazione vita-lavoro; dall'altro alcune prassi amministrative sembrano andare in direzione opposta. Occorre, dunque, un intervento politico per garantire coerenza tra lo spirito del legislatore e la sua applicazione concreta». È il punto di vista dei professionisti espresso da Mario Chiappuella, commercialista e revisore legale dell'Odcec di Massa Carrara.
Secondo Chiappuella, il rischio è quello di creare un corto circuito tra il quadro normativo e le decisioni operative delle amministrazioni, che in alcuni casi introducono limiti rigidi o interpretazioni restrittive, svuotando di significato l'impostazione della legge. Lo smart working, infatti, non può essere ridotto a un semplice strumento emergenziale o a un beneficio accessorio, ma deve essere considerato parte integrante di un modello organizzativo moderno, fondato sulla responsabilizzazione e sulla valutazione per obiettivi.
Le conclusioni del Cnpr Forum, moderato da Anna Maria Belforte, sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell'Istituto nazionale esperti contabili. «Tutti sono concordi sul fatto che lo smart working abbia rappresentato una grande innovazione ha evidenziato e che non si possa non essere favorevoli a questo modello. Più che un intervento politico in senso stretto, è necessario un vero passaggio culturale». Longoni ha richiamato i principi della legge 81, che definisce il lavoro agile come un'attività orientata al raggiungimento degli obiettivi, nel rispetto di alcune fasce di reperibilità, ma senza un vincolo rigido di luogo o di orario. «In diverse amministrazioni ha osservato sono stati invece introdotti limiti quantitativi, come quello di non estendere lo smart working oltre otto giorni al mese. Questo dimostra che spesso viene ancora percepito come un benefit concesso, e non come una modalità ordinaria di organizzazione del lavoro».
Un'impostazione che, secondo Longoni, è superata anche dai dati: «Numerosi studi dimostrano che ai vantaggi per i lavoratori corrispondono benefici concreti anche per le aziende, in termini di produttività, efficienza e riduzione dei costi.
Per questo ha concluso Longoni - lo smart working non va limitato, ma ottimizzato».Lo smart working è ormai una realtà strutturale del mondo del lavoro e sta modificando in profondità l'organizzazione delle attività professionali anche nel nostro Paese.