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Rapporto di ricerca per il Primo Maggio 2026 UGL-Luiss Business School: il manifatturiero traina l’economia, occupazione ai massimi con quasi 4,4 milioni nel 2024

Per Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL: “Urge un nuovo Patto Sociale fondato sulla partecipazione dei lavoratori”

Rapporto di ricerca per il Primo Maggio 2026 UGL-Luiss Business School: il manifatturiero traina l’economia, occupazione ai massimi con quasi 4,4 milioni nel 2024

Il manifatturiero è un asset primario dell’economia italiana, fortemente competitivo a livello internazionale. Ottava al mondo e seconda in Europa, con il 2,1% del valore aggiunto manifatturiero globale e il 13% di quello europeo, la manifattura italiana realizza il 50% della spesa privata in Italia in ricerca e sviluppo e presenta mediamente livelli di produttività superiori rispetto agli altri comparti. La composizione del manifatturiero italiano, fortemente diversificata, ha contribuito alla tenuta del settore anche nei periodi di maggiore turbolenza. È quanto emerge dal Rapporto di ricerca “L’impatto delle forze trasformative globali sul comparto manifatturiero in Italia e i pilastri di un nuovo patto sociale”, realizzato dal Sindacato UGL in collaborazione con Luiss Business School.

Lo studio rileva che tra il 2021 e il 2024 il comparto è cresciuto sia in termini di fatturato (+15%) attestandosi a oltre 1191 miliardi di euro, sia di valore aggiunto (+17%), margine lordo (+26%) e investimenti lordi (+22%). Nel decennio 2014-2024 anche l’occupazione è cresciuta in modo significativo, arrivando a quasi 4,4 milioni nel 2024 e facendo segnare il secondo valore più alto in Europa. Sul fronte della competitività internazionale, le esportazioni hanno raggiunto quasi il 50% della produzione nel 2023, con un surplus commerciale di circa 120 miliardi di euro.

Sei limiti che condizionano la crescita

La ricerca individua sei limiti capitali che condizionano la competitività e la crescita del settore, esponendolo a rischi determinati dall’attuale contesto economico ed extraeconomico. In primo luogo, la bassa produttività accompagnata da salari in calo: nel periodo 2015-2023 la produttività italiana è rimasta sostanzialmente ferma, mentre nell’ultimo decennio i salari sono diminuiti del 4% in termini reali, a fronte di un aumento di quasi il 5% in Germania e del 2% in Francia. Un secondo elemento riguarda il costo dell’energia: il prezzo medio dell’energia elettrica per le imprese in Italia è pari a 278€/MWh, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia e i 171 della Spagna, risultando superiore di circa il 30% rispetto alla media UE.

Sul fronte degli investimenti in innovazione, l’Italia presenta una minore capacità rispetto ai principali partner: nel 2024 solo 21 grandi gruppi italiani hanno investito oltre 63 milioni di euro in ricerca e sviluppo, contro i 109 della Germania e i 53 della Francia. Permane, inoltre, un significativo deficit di competenze: nel 2024 il 33,3% della popolazione non aveva raggiunto l’istruzione secondaria superiore, contro il 15-16% di Francia, Germania e Regno Unito. Le proiezioni al 2029, peraltro, indicano un fabbisogno di profili STEM superiore del 20% rispetto all’offerta disponibile.

A ciò si aggiunge la modesta dimensione media delle imprese: nel 2023 solo il 42% del valore aggiunto manifatturiero è stato generato da grandi imprese, contro il 74% in Francia e il 75% in Germania. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, le microimprese sono diminuite di quasi il 12%, mentre sono aumentate le medie e grandi. Infine, l’eccesso di burocrazia e l’inadeguatezza delle normative continuano a rappresentare un freno agli investimenti e alla competitività.

Tali criticità si inseriscono in un contesto caratterizzato da sette grandi forze trasformative globali: dalla rivoluzione tecnologica (digitalizzazione, intelligenza artificiale, automazione e robotica) alla transizione energetica, dall’evoluzione demografica alla riorganizzazione delle catene globali del valore, fino ai nuovi equilibri geopolitici e alla crescente concentrazione della ricchezza e del potere di mercato. Tali dinamiche accentuano le fragilità strutturali del sistema italiano, in particolare per le micro e PMI, aumentando il rischio di marginalizzazione e riduzione dei margini.

Un nuovo Patto Sociale

In questo scenario emerge l’urgenza di un nuovo Patto Sociale, capace di rafforzare la competitività delle imprese attraverso un rapporto più efficace e collaborativo con i lavoratori a partire dai diversi ambiti in cui i loro interessi si incontrano. Tra questi, l’affermazione di un modello di impresa “skill-based”, in cui crescita salariale e percorsi di carriera siano legati allo sviluppo certificato delle competenze. Si tratta inoltre di promuovere relazioni industriali più trasparenti e fondate su dati condivisi, capaci di rendere gli accordi più solidi ed efficaci, e di sostenere una Just Transition industriale che accompagni la riconversione produttiva e la riqualificazione del capitale umano, favorendo il coinvolgimento di tutti gli attori”.

In ultima analisi, sono cinque i pilastri individuati sui quali costruire tale patto: politiche integrate per lavoro; impresa e industria; sviluppo continuo delle competenze; innovazione organizzativa orientata a produttività e qualità del lavoro; welfare aziendale mirato ai lavoratori più esposti; modelli retributivi che garantiscano una distribuzione equa dei benefici derivanti dalla crescita della produttività.

Claudio Durigon, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha osservato: "Il Rapporto ci dà un quadro molto approfondito sul settore manifatturiero che riveste un ruolo centrale nell'economia del nostro Paese, individuando temi cruciali sui quali il Governo sta lavorando. In tal senso, il decreto Primo Maggio prende in considerazione le best practices dando respiro alla contrattazione collettiva. Introdurre il salario minimo sarebbe stato un male, che avrebbe abbassato il livello delle tutele. L'UGL è un interlocutore molto importante per riflettere sul tema della rappresentatività e della libertà sindacale puntando alla partecipazione e al coinvolgimento dei lavoratori. L'obiettivo deve essere quello di potenziare il trattamento economico complessivo e innalzare il livello dei diritti a partire dai settori più poveri, contrastando il ribasso nelle contrattazioni".

Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, ha dichiarato: "Il Rapporto fotografa lo stato del settore manifatturiero e ci interroga sulla capacità di governare le transizioni attraverso una visione in grado di coniugare competitività e tutele sociali. Il dinamismo del comparto non è frutto del caso, ma di una precisa inversione di marcia impressa dal Governo, che ha puntato sulla riduzione del carico fiscale e sul potenziamento degli strumenti di sostegno all’innovazione tecnologica. Sono stati previsti incentivi per le imprese, necessari a compiere quel salto dimensionale indispensabile per competere nello scenario globale. In questo contesto, la collaborazione con i corpi intermedi risulta fondamentale. Da tale coinvolgimento nasce anche l’individuazione del cosiddetto 'salario giusto'. La regolazione del mondo del lavoro non può essere svincolata dalla realtà economica, ma deve essere il risultato di una crescita della produttività e di una riduzione della pressione fiscale, senza gravare sui bilanci aziendali. La proposta del salario minimo da parte dell’opposizione è riemersa nel 2023, dopo essere stata trascurata durante i governi di centrosinistra. L’unico a presentare una proposta in tal senso fu Renzi, che tuttavia la rinnegò successivamente, sostenendo che fosse sbagliato fissare per legge un salario minimo”.

Secondo Walter Rizzetto, Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati: “Il Rapporto di ricerca UGL–Luiss Business School mette in evidenza la centralità del mercato del lavoro, valorizzata anche dall’impegno delle organizzazioni sindacali nel promuoverne il ruolo. Il settore manifatturiero è di fondamentale importanza e può ancora contribuire al rilancio del nostro tessuto sociale ed economico. Stiamo attraversando una fase particolare: gli ingaggi, soprattutto per i lavoratori più giovani, possono risentirne con ricadute non sempre positive. Per questo è necessario far riscoprire il manifatturiero come una grande opportunità. La politica può intervenire sulla fiscalità prevedendo una tassazione agevolata sugli investimenti. Il Rapporto sottolinea alcuni aspetti sui quali occorre intervenire, in primis: la competizione geopolitica, il deficit del capitale umano, la digitalizzazione e il costo dell'energia. Si rileva, altresì, il tema della formazione continua e certificata, più che mai essenziale per favorire l'inserimento nel mondo del lavoro. Il decreto Primo Maggio punta a stabilizzare alcuni rapporti di lavoro, rafforzando la contrattazione collettiva mediante la definizione di salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo individuato dal contratto collettivo di riferimento. In questo contesto, anche alcune tra le principali sigle sindacali possono tornare protagoniste di una nuova e importante stagione di contrattazione collettiva e di rilancio dei salari”.

Per Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL: “I dati mostrano segnali incoraggianti sotto il profilo occupazionale, al netto di alcune criticità sistemiche. In tale quadro è fondamentale che le forze imprenditoriali e del lavoro agiscano insieme per affrontare sfide complesse come la rapida obsolescenza delle competenze, il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e la necessità di modelli organizzativi capaci di coniugare aspettative individuali sempre più differenziate con esigenze aziendali in continuo cambiamento. Il modello novecentesco fondato sul conflitto di classe risulta ormai inadeguato. Occorre rinnovare le relazioni industriali favorendo una piena collaborazione tra capitale e lavoro, promuovendo la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle imprese come sancito dall’articolo 46 della Costituzione. In tal senso, la ricerca sottolinea la necessità di nuovo Patto Sociale guidato da forte regia pubblica, al fine di rafforzare la resilienza del sistema economico, rilanciare la crescita della produttività e sostenere l’innovazione tecnologica”.

Paola Nicastro, Presidente e Amministratore Delegato di Sviluppo Lavoro Italia, ha affermato: “Il Rapporto UGL-Luiss Business School sul manifatturiero italiano affronta le vulnerabilità strutturali del settore. Questo tipo di analisi è il terreno su cui Sviluppo Lavoro Italia ha costruito il suo contributo al sistema pubblico del lavoro italiano. Uno degli investimenti più significativi che abbiamo fatto è nella capacità di leggere il mercato del lavoro attraverso LMI — Labour Market Intelligence — la nostra piattaforma di data intelligence, che integra le comunicazioni obbligatorie, le indagini statistiche e i dati del sistema formativo per produrre una visione d’insieme che nessuna fonte singola è in grado di offrire. Quella piattaforma ci dice ciò che il Rapporto documenta attraverso i dati internazionali: c’è un disallineamento strutturale e crescente tra le competenze che le imprese cercano e quelle che il sistema formativo produce. Come Sviluppo Lavoro Italia siamo impegnati a supportare il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le Regioni e i Centri per l’Impiego nel rafforzamento dell’offerta formativa orientata al mercato”.

Secondo Matteo Caroli, Associate Dean for Sustainability and Impact, LUISS “Guido Carli”: “Le grandi forze trasformative in atto a livello globale acuiscono le debolezze del nostro sistema produttivo, mettendo a rischio la sua tenuta futura.

Occorre favorire una strategia di collaborazione tra imprese e forze sociali per vincere questo rischio e rafforzare allo stesso tempo il benessere dei lavoratori e la competitività del nostro sistema produttivo”.

È intervenuto, tra gli altri, Stefano Franco, Ricercatore International Business Università Luiss.

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