Di fronte a La missione del bibliotecario (traduzione di Andrea Amato, Luni, pagg. 58, euro 10) di José Ortega y Gasset si resta stupiti dalla lungimiranza. Si tratta di un discorso pronunciato il 20 maggio 1935 nell'Aula Magna dell'università di Madrid. La tesi di fondo è seria. Come si legge nella nota al testo: "Quando la produzione editoriale cresce fino a superare la capacità umana di seguirla, la biblioteca cessa di essere un semplice contenitore e diventa un problema di civiltà". L'accumulo di tomi non coincide con una accresciuta conoscenza. Il bibliotecario, per il pensatore spagnolo, dovrebbe essere una sorta di "igienista" che separa i buoni libri o almeno quelli utili dalla spazzatura. Lo svolgimento è strepitoso per il sarcasmo implicito, perfettamente maneggiato dall'autore. Ecco qualche sorso di veleno per uccidere ogni retorica sul libro, i libri, "più libri più liberi", la bibliodiversità, l'editoria diversificata e via delirando.
Ortega y Gasset: "La comodità di poter ricevere con poco o nessuno sforzo innumerevoli idee conservate nei libri e nei giornali abitua l'uomo, ha già abituato l'uomo medio, a non pensare con la propria testa e a non ripensare a ciò che legge, unico modo per farlo veramente proprio. Questo è il carattere più grave, più radicalmente negativo del libro". In effetti, date un'occhiata al tavolo delle novità in libreria: tonnellate di saggi e romanzi uno identico all'altro, scritti da falsi maestri di notorietà televisiva e anonimato accademico, roba che capisci subito dove nasce il pensiero unico: nelle redazioni degli editori e dei giornali. Esageriamo? No. Volete disimparare cosa siano stati la Resistenza o il Fascismo? Volete disimparare cosa siano il libero mercato, il capitale, il lavoro? Ci sono intere collane per ripetere fino allo sfinimento le parole d'ordine del luogocomunismo. Poi, naturalmente, interi settori chiave del sapere vengono ignorati al punto che mancano opere fondamentali. Anche il sapere tradizionale ci rimette le penne, sotto il peso delle novità: infatti nelle collane di poesia "prestigiose" pubblica gente convinta di essere un artista perché va a capo nel punto sbagliato. La narrativa: da sfornare in serie, le gomorre, i numeri primi, le montagne, ogni estate una nuova tendenza da replicare in massa. Stesso argomento, stessa lunghezza, stesso stile (stile si fa per dire, la maggior parte dei romanzi è in "editorialese", non in italiano).
Ortega y Gasset: "Non solo ci sono già troppi libri, ma ne vengono prodotti continuamente in quantità torrenziale. Molti di essi sono inutili o stupidi, e la loro presenza e conservazione costituiscono un ulteriore peso per l'umanità, già sufficientemente oppressa sa altri fardelli". Altro che "più libri, più liberi". Se i libri sono brutti meglio sarebbe dire "più libri, più scemi".
Ecco la genesi del conformismo, che è la forma più subdola di censura: "Gran parte dei terribili problemi pubblici che si presentano oggi derivano dal fatto che le menti medie sono piene di idee ricevute per inerzia, comprese a metà, devirtualizzate - piene quindi di pseudoidee".
Nei luoghi deputati al sapere (?) viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e "benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria". Lo diceva Aleksandr Solzenicyn, il grande dissidente russo, fuggito dalla censura sovietica per incontrarne, qui da noi, una di tipo diverso ma non meno oppressiva sul piano della libertà di pensiero. Una censura che non usa la violenza ma si impone premiando lo spirito gregario, soggiogato da idoli del pensiero, aderente a modelli standardizzati.
Pensate a oggi, leggiamo ancora di più grazie ai social media. Il risultato? Una civiltà di lettori che non pensa.
Ortega temeva la sovrapproduzione dei libri; dovrebbe vedere la sovrapproduzione dei post, delle newsletter, dei thread. La forma cambia, la patologia resta. Anzi, si aggrava: almeno il libro cattivo costava qualcosa, in denaro e in tempo. L'idea ricevuta per inerzia oggi è gratis, arriva sul telefono, e si chiama informazione.