Leonardo: operazione Codex atlanticus

Per la prima volta in assoluto, tutti i fogli del "Codice" leonardesco esposti a rotazione fino al 2015: 24 mostre tra Ambrosiana e sagrestia del Bramante alle Grazie

Leonardo: operazione 
Codex atlanticus

Il manifesto ricorda già dai colori la copertina del Codice da Vinci, tutt’altro libro però rispetto al sapore del vero Codice che i caveau dell’Ambrosiana hanno protetto fin dal 1637, escluso il furto-lampo di Napoleone. Oggi però l’universo mondo è pronto per l’operazione Codex Atlanticus. Un’impresa di arte e marketing, che prende il via da Milano con la prima delle 24 mostre che fino al 2015 faranno conoscere, distillando 45 fogli alla volta, la più vasta raccolta di disegni e scritti che Leonardo dedicò all’architettura. Più ampio del Codice Windsor e dell’Hammer di Bill Gates, il corpus di 1.119 fogli è stato sfascicolato dalle manine delle benedettine di Viboldone per due buone ragioni. La prima era il rischio di muffe sulla carta, pericolo poi derubricato a «vapori di mercurio», meno gravi e dovuti ai collanti usati negli anni ’60 sulle legature tardo cinquecentesche con cui Pompeo Leoni assemblò il codice. La seconda motivazione è invece degna del genio di Leonardo: far fruttare un tesoro che pochissimi, esperti e topi di biblioteca compresi, hanno mai potuto ammirare, data la poca praticità dei tomoni di 65 x 44 centimetri. Et voilà: in prima assoluta i disegni di Leonardo saranno dati in pasto alla curiosità del mondo. Si parte con fortezze, bastioni e cannoni, esposte fino al 2 dicembre in due sedi: la Pinacoteca Ambrosiana di Monsignor Franco Buzzi che, con la Fondazione Cardinal Federico Borromeo di Giorgio Ricchebuono, si pone sempre di più come «domicilio» meneghino di Leonardo. Poi la Sacrestia del Bramante, casa dei Domenicani di Santa Maria delle Grazie, dirimpettaia del refettorio dove è dipinto il Cenacolo. Per ora, l’Ultima cena e il Codice «non dialogano», venduti su due circuiti diversi (divisi perfino i book shop), ma Milano non nasconde le sue ambizioni. Per Expo, il progetto di riportare in Italia e in città la Gioconda e altri capolavori di Leonardo pittore è in cima ai sogni dell’assessore al turismo Massimiliano Orsatti: Leonardo lavorò a Milano per vent’anni, una fortuna per i posteri non ancora messa a frutto. Ora però, dopo Leonardo, lo hanno capito anche gli altri: «Non pò essere bellezza e utilità?», si domandava lui. E la risposta è un bel sì: il segreto di queste mostre, oltre che nel valore dell’opera, sta nel coniugare l’arte con la fruibilità. Prendi l’Ambrosiana: modificato il suo percorso espositivo, prolungato l’orario di due ore, nuovo book shop, un caffè (quasi pronto) che si chiamerà con astuzia Taberna leonardi, corredano l’apertura di altre sale dove ammirare l’Atlantico in teche, facendo scorrere l’occhio anche fra gli scaffali della biblioteca federiciana e fra i dipinti della ribattezzata Aula leonardi: qui, oltre ad un affresco del Luini, sono confluiti tutti i quadri attribuibili al Genio di Vinci, alle botteghe e a chi lo «copiò»: c’è il suo Musico, unico dipinto su tela a Milano, e ci sono le copie che il Vespino eseguì, sia del Cenacolo, sia della versione oggi alla londinese National Gallery della Vergine delle Rocce, che prima stava in un sottoscala! Pietro Cesare Marani, curatore dei disegni di Leonardo, ha seguito un ordine cronologico per l’allestimento delle mostre, smistando poi fra l’Ambrosiana e le Grazie i «fogli». Ci sono disegni a colori e finiti, destinati a convincere il committente e schizzi, anche in brutta, come il cavallo per la battaglia di Anghiari. Molti disegni, come quello della fortezza di montagna, senza merli e con forme più tozze, che molto ricorda il rivellino di Locarno, faranno poi discutere gli esperti. Commuove invece tutti la lettera di intenti con cui Leonardo si accreditò presso il Moro: un curriculum in piena regola, pieno di speranza e di autopromozione. Tutto da imitare.

Commenti

Grazie per il tuo commento