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Per l'ergastolo alla Pifferi la Procura va in Cassazione

Tontodonati ha presentato il ricorso perché pochi i 24 anni di condanna in Appello per le attenuanti

Per l'ergastolo alla Pifferi la Procura va in Cassazione
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Sarà ora la Cassazione a decidere se il terribile e triste caso di Alessia Pifferi sia arrivato alla sua giusta conclusione e la donna che nel 2022 lasciò morire di fame e di stenti la sua bambina di un anno e mezzo eviti l'ergastolo: o se invece serva un altro processo. Alla Suprema Corte è stato notificato nei giorni scorsi il ricorso che a nome della Procura generale è stato firmato da Lucilla Tontodonati, il magistrato che nel processo d'appello sostenne l'accusa, chiedendo la conferma del carcere a vita per omicidio volontario inflitto in primo grado alla Pifferi, e che ritiene inaccettabile le attenuanti e lo sconto di pena concessi ai giudici di appello: pena finale 24 anni, una condanna che nel giro di una decina d'anni potrebbe aprire all'assassina le porte della semilibertà.

Nel suo ricorso la Procura generale ricorda che anche nella sentenza d'appello si dà atto della "straordinaria gravità ed eccezionalità" del reato della donna: "L'orrore - scrive la Tontodonati - di una condotta che si è concretizzata nell'abbandonare da sola a casa, prigioniera di un lettino, una bambina si un anno e mezzo, per quasi sei giorni nel mese di luglio, senza cibo e liquidi sufficienti alla sopravvivenza". Proprio per questo appaiono incomprensibili le attenuanti concesse dalla Corte d'appello. "Accettare un rischio così elevato, ossia la morte della propria figlia, per privilegiare la scelta di trascorrere alcuni giorni col proprio compagno denota una marcata propensione a delinquere". Inaccettabile che sia stata esclusa l'aggravante dei futili motivi: secondo i giudici d'appello la Pifferi aveva scelto di passare qualche giorno con l'amante non per divertirsi ma per trovare una nuova stabilità economica di cui avrebbe potuto giovarsi anche sua figlia: ma "se l'imputata avesse davvero cercato di costruire con il D'Ambrosio un nucleo familiare avrebbe ragionevolmente dovuto portare con sè la bimba Diana, che all'uomo non dava alcun fastidio". Altrettanto infondata per la Tontodonati è la comprensione mostrata dai giudici d'appello per il comportamento della Pifferi dopo la scoperta del corpo senza vita di Diana: quando invece di chiamare i soccorsi lava e cambia la figlia, in un "occultamento volontario delle tracce di quanto commesso". D'altronde "la caratteristica di Alessia è di mentire in continuazione, nelle più svariate situazioni ed in particolare sulla propria figlia e sulle condizioni in cui la lasciava".

Ma la parte più rilevante del ricorso riguarda l'attenuante concessa alla Pifferi per il clamore mediatico sollevato dalla sua vicenda e dal suo processo: l'atteggiamento "giustificazionista e deresponsabilizzante" sarebbe stato colpa, per i giudici d'appello, della pressione dei mass media; e l'esposizione sofferta dalla Pifferi alla gogna mediatica giustificherebbe una pena più mite. "Non può aversi alcuna certezza - scrive la Procura generale - sull'ipotesi che la tribuna mediatica abbia influenzato il comportamento processuale dell'imputata".

E "il riconoscimento della mitigazione della pena in relazione alla sofferenza patita a causa della gogna dei media, nella attuale prospettiva in cui i processi penali mediatici sono purtroppo all'ordine del giorno, potrebbe costituire un precedente per qualsiasi imputato".

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