Metamorfosi,Trasformazione. Ci vogliono coraggio e giovinezza nell’infrangere una tradizione di più di 90 anni. Nel 1934 il racconto più noto della letteratura del secolo, Die Verwandlung di Kafka, viene tradotto in italiano da Rodolfo Paoli con La metamorfosi. Intrepidezza giovanile che non è mancata a Daria Biagi nel proporre una nuova traduzione della novella scritta nel 1912 da Franz Kafka per la raccolta da lei curata de I racconti (da poco edita da Einaudi), spezzando una continuazione traduttiva che si rifaceva al nobile esempio del traduttore francese Alexandre Vialatte, importante germanista e scrittore, che aveva scelto nei tre numeri del 1928 della prestigiosa Nouvelle Revue Française dell’editore Gallimard un registro sublime: La Métamorphose, appunto rifacendosi alle metamorfosi di Ovidio, che a sua volta per il suo capolavoro aveva optato per il celebre termine greco.
La traduttrice avanza spedita forte di una sicura preparazione filologica e linguistica, che le permette di tralasciare la tradizione. Mi sia permesso insieme con l’ammirazione per un lavoro ineccepibile, restare – l’età me lo consente fedele alle prove dei maestri, da Mittner, il padre della germanistica italiana, al suo allievo Giuliano Baioni, che ha scritto due insuperate monografie su Kafka, ricordato dalla traduttrice da cui pur prende le distanze con un ragionamento sulla differenza tra l’autore e il «narratore», che spesso «porta un nome o un cognome abbreviato in K.» per segnalare l’identificazione tra scrittore e protagonista. È che Kafka è la sua opera e il ricorso a K. – nel Processo e nel Castello - accentua tale indistricabile unità narrativa. Un’ulteriore differenziazione dalla tradizione traduttiva, che finora sembrava incrollabile, è nella scelta di Osservazione per Betrachtung invece di Contemplazione – che è stato ancora scelto nell’elegante volumetto pubblicato di recente da Palingenia a cura della bravissima Margherita Belardetti, cui si deve anche sempre per Palingenia La sentenza (titolo accettato anche da Daria Biagi). Ciò che unisce Contemplazione e Metamorfosi è lo stile alto, aulico che i traduttori hanno voluto scegliere e che in realtà non è quello di Kafka, anche se lo stupendo tedesco di Kafka è – come osservò Baioni- un tedesco da serra.
Lo scrittore era nato a Praga nel 1883, in una città dove ormai la comunità ceca superava il novanta per cento ed era in continuo aumento. Alcuni scrittori germanofoni – come Rainer Maria Rilke e Franz Werfel- abbandonarono Praga per vivere finalmente in un ambiente di lingua tedesca. Insomma i tedeschi di Praga erano una esigua minoranza e la loro lingua aveva qualcosa di non popolare, non spontaneo, di non vivo, di cartaceo, artificiale. Ci sono raffinati studi sulla lingua di Kafka in cui sono segnalati gli slavismi, anche se proprio questo isolamento è la più penetrante metafora della peculiarità – almeno per Kafka - della letteratura. Per tutta la vita – breve per altro - lo scrittore dovette soffrire dei contrasti tra esistenza, lavoro e vita familiare, borghese e la vocazione letteraria, come amaramente annotava continuamente nei suoi diari e nelle numerose lettere. Solo in anni relativamente recenti si è compresa l’incidenza di «Praga magica» per Kafka, grazie ai lavori pionieristici di Klaus Wagenbach, il cui volume principale è stato riproposto, debitamente aggiornato, in questi giorni: Due passi per Praga con Kafka (Feltrinelli); mentre proprio Baioni aveva “scoperto” l’importanza dell’ebraismo, mai menzionato nelle opere, ma spesso richiamato nelle lettere a Felice, la fidanzata “berlinese”, nonché a Milena, la sua traduttrice ceca, l’unica donna intellettuale della sua vita, nonché a Dora Diamant, l’estremo amore, la giovane ebrea orientale che gli stette vicino negli ultimi mesi di sofferenza e di vita: morì nel 1924. I personaggi kafkiani, da Georg Bendemann di La sentenza a Gregor Samsa di La metamorfosi, a Josef K. del Processo fino a K. del Castello, sono appunto le varie incarnazioni kafkiane di giovani uomini, borghesi, impiegati, colpevoli. Già, di cosa erano colpevoli? Di niente: non avevano fatto nulla, colpa di omissione. Per lo scrittore la colpa si palesa già nella perdita di identità ebraica che comprese chiaramente a contatto con gli attori yiddish di Lemberg (Lviv, Leopoli) nella loro tournée a Praga al Café Savoy nel 1911, quando nei racconti appassionati dell’attore Jizchak Löwy finalmente Kafka intuì la straordinaria peripezia spirituale e culturale dell’ebraismo orientale culminata per lui – il timido, riservato Dr. Juris Franz Kafka - in un discorso pubblico sulla lingua yiddish, ispirato e animato da radici che improvvisamente gli riaffioravano alla coscienza.
La scoperta del “mondo scomparso” dell’ebraismo orientale doveva approfondirsi – con la manifestazione improvvisa della tubercolosi nell’agosto 1917 - in una nostalgia spirituale, in un’ispirazione di intensa religiosità individuale: «Credere significa liberare in se stessi l’indistruttibile, o meglio: liberarsi, o meglio ancora: essere indistruttibile, o meglio ancora essere».
Su questa illuminazione si sofferma nella forte e ampia postfazione al volume, Sulla soglia, Massimo Cacciari che si riferisce al compito della vita per Kafka: «Il singolo non è che continua metamorfosi». E qui il filosofo coglie nel segno indicando il nucleo profondo del capolavoro kafkiano, che proprio nella “vecchia” traduzione Metamorfosi trasmette il messaggio che viene mancato nella correttissima, ma sbiadita Trasformazione.