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La dispersione delle conoscenze e la necessità della cooperazione

Nel novembre del 2023 Rubbettino ha avuto l'onore di ospitare il Prof. Lorenzo Infantino, recentemente scomparso, per una lezione privata dedicata ai manager dell’azienda «La dispersione delle conoscenze e la necessità della cooperazione», così il titolo della lezione. Una riflessione profonda utile a dare continuità alle parole del Prof. Infantino, farle rivivere e celebrare l'effettivo valore di una conoscenza condivisa. La lezione inedita pubblicata a un anno dalla morte

La dispersione delle conoscenze e la necessità della cooperazione

Esistono due tipi di conoscenze: le conoscenze scientifiche e le conoscenze di tempo e di luogo.

Le conoscenze scientifiche possono essere riunite, centralizzate. Si pensi banalmente a dei matematici che, insieme, decidono di centralizzare le conoscenze della matematica. Le conoscenze di tempo e di luogo, invece, sono conoscenze all'istante. Conoscenze infinite, altamente disperse all'interno della società. Un esempio che sono solito fare ai miei studenti è questo: pensate a qualcuno che viene a casa vostra, sta andando via e dopo aver salutato prova ad aprire l’uscio e si ferma. Non sa come aprire la porta. O ancora, pensate a una zia che deve usare il vostro bagno, ma non sa accendere la luce, non ha contezza di dove sia l’interruttore. Ciò accade perché si tratta di conoscenze all'istante, di tempo e di luogo, e tali conoscenze sono infinite, non sono rilevabili dalle statistiche. Non basta dire che sono conoscenze e in quanto tali, attraverso delle rivelazioni statistiche, possono essere rilevate o rese disponibili. Semplicemente sono infinite.

Questo che cosa significa? Significa che per mobilitare, o per meglio dire, utilizzare queste conoscenze di tempo e di luogo è necessario metterle a disposizione degli altri per non perderle, per non rischiare che vengano smarrite. Comunicarle agli altri significa dunque mobilitarle e mobilitarle vuol dire accendere un processo di cooperazione – io direi, più in generale, un processo sociale – e nell'ambito aziendale, familiare, di una piccola comunità, di un piccolo esercizio commerciale o di qualunque cosa voi vogliate, significa attivare delle conoscenze che il capo di una di queste organizzazioni non conosce. Queste informazioni non sono a disposizione del capo perché sono infinite. Il capo è il leader di un’organizzazione, ha delle idee generali su come deve comportarsi, ha dei disegni da realizzare, ma come può materialmente dare vita a questi progetti? Attraverso la mobilitazione di conoscenze che egli non ha. Da qui l’idea di cooperazione che si rende indispensabile attraverso la mobilitazione. La mobilitazione dunque accresce la nostra razionalità. Se non avessimo la possibilità di mobilitare continuamente le conoscenze che sono disperse, se non avessimo collaboratori disposti a condividere e a mettere a disposizione degli altri quello che hanno rilevato, questo meccanismo sarebbe inutile.

Questo delle conoscenze disperse non è un problema di poco conto.

Il primo a sollevare il problema fu il grande Montesquieu, il quale, nelle prime pagine de Lo spirito delle leggi, dice: «Il re non può fare nulla perché sappiamo più noi nella piazza che il re nel suo palazzo; e se noi dovessimo dire al Re di fare determinate operazioni egli non sarebbe in grado di farle perché gli mancano queste informazioni». Ecco un esempio di conoscenza dispersa: nella piazza si sa più che nella reggia del re.

È vero, Montesquieu ne parla ne Lo spirito delle leggi, ma l'utilizzo maggiore di questo problema è stato fatto nel Settecento da Adam Smith, da tutti considerato il fondatore dell'economia politica – a causa anche della “mezza paginetta” che i manuali dei licei gli hanno dedicato, ma che fu anche un grande filosofo. Addirittura Smith si occupò di una storia dell'astronomia antica e Schumpeter, grande studioso del secolo passato, affermò che chi non avesse letto la storia dell'astronomia di Adam Smith non poteva rendersi conto dell'importanza di Smith e della sua cultura.

Ne La ricchezza delle nazioni Smith ci parla della dispersione delle conoscenze e dice esattamente che le conoscenze di tempo e di luogo non possono essere centralizzate. Ciò ha consentito a Smith di formulare e di utilizzare questa teoria anche per quella della limitazione del potere, cioè a dire: se queste conoscenze non possono essere centralizzate, non possono essere rilevate e neanche messe a disposizione di colui che decide, allora chi decide non può avere poteri assoluti. Ma parlando di una società e quindi con Stato, organi, membri e organizzazioni, cos’è davvero necessario? Di sicuro la divisione dei compiti, la cooperazione. Colui che sta al potere, il quale non può disporre di tutte le informazioni, nonché delle conoscenze di tempo e di luogo, non è in grado di prendere decisioni; perciò il suo potere deve essere limitato e deve aprirsi alla cooperazione.

La cooperazione è fondamentale. Le teorie più antiche non avevano compreso esattamente di cosa si trattasse. Abbiamo pensato per anni che la storia dell'umanità fosse dominata dall'idea dell’esistenza di un uomo illuminato, un grande legislatore che fosse in grado di decidere per tutti, ma le nostre sorti non sono nelle mani di questo signore che tutto sa.

Il problema però, visto in questi termini, è malposto perché non è vero che tutti sanno tutto e, soprattutto, non è vero che esiste una singola persona che può sapere tutto. E guardando agli Stati, alle società complesse, alle organizzazioni minute come può essere la nostra casa editrice, non è vero che il capo deve sapere o può sapere tutto, al contrario, non può e non deve sapere ogni cosa. Questo perché ha bisogno della cooperazione.

Nella tradizione antica, tutta la filosofia politica è stata inquinata dalla presunzione che ci fosse un uomo illuminato in grado di parlare con Dio, magari accreditato da un oracolo, e che quest'uomo avesse conoscenza di tutto. Prendete Licurgo a Sparta, caro agli dei, certo, pronto a dettare le leggi, ma ciò è impossibile.

Attraverso la nostra esperienza abbiamo scoperto che si può vivere pacificamente con vantaggi reciproci, senza obbedire a un’unica gerarchia obbligatoria di fine; non è necessario sposare le idee degli altri, ma è possibile cooperare con gli altri traendo reciproci benefici perché, in fondo, con gli altri, scambiamo continuamente informazioni, mezzi,, ma i fini restano nostri; nella vita privata sapremo cosa fare, come agire, ma la cooperazione è uno scambio continuo, un gioco a somma positiva. Ecco ciò che gli antichi non avevano compreso, la cooperazione è un gioco a somma positiva ed è ciò che, se mi consentite, essendo nato in questa regione, non è stato compreso nemmeno dai calabresi, i quali si rifiutano di sottoporsi alla cooperazione o di aprirsi alla cooperazione perché ritengono che l'altro, in qualche modo, tragga maggiori vantaggi di noi. Questo è un errore gravissimo e rende impossibile la cooperazione, impossibile la società. Se la società non fosse un gioco a somma positiva non potremmo convivere, la società non esisterebbe.

Con tutti voi abbiamo appena pubblicato un libro di Friedrich von Hayek, colui che nel Novecento ha più utilizzato questa idea della dispersione della conoscenza. Un libro bello pesante, insomma. Hayek ripropone sostanzialmente quello che nel Settecento era stato detto da Montesquieu e da Smith. Ma cosa possiamo trarre da tutto questo se non che la cooperazione è un processo di crescita della nostra razionalità? Attraverso la cooperazione diventiamo più competenti perché gli altri ci forniscono informazioni o conoscenze che non abbiamo, perché, deve essere chiaro, nessuno di noi può possedere tutte le conoscenze necessarie.

Due sono gli errori da non commettere: quello di pensare che tutti sappiano tutto e che ci sia qualcuno che sappia tutto. In entrambi i casi, l'unica via per risolvere il problema dell'ignoranza che affligge tutti noi – dal momento che tutti noi siamo ignoranti e fallibili – è quella di affidarsi a un processo di cooperazione che consenta il confronto e quindi, oltra alla correzione degli errori, anche l'accrescimento della razionalità. Questo perché procediamo. Non sappiamo, abbiamo ammesso di essere ignoranti, però procediamo. Non arriviamo mai alla verità – nessuno possiede la verità dal punto di vista epistemologico, la verità ha uno statuto molto debole – ma procediamo. E gli autori a cui mi rifaccio, sui quali scrivo, per i quali voi pubblicate, sono autori che hanno compreso questo fatto unico: procedere continuamente, passando per l’eliminazione degli errori. La nostra è una conoscenza debole, non è una conoscenza definitiva, nessuno di noi può giungere alla verificazione conclusiva di alcunché, però possiamo procedere e migliorarci attraverso la continua correzione degli errori. La correzione ci rende più razionali, c'è un accrescimento della nostra razionalità e questa è una cosa importantissima.

Credo che questo possa anche determinare dei cambiamenti notevoli all'interno di un’organizzazione perché oltre ai leader formali, quelli investiti direttamente da coloro i quali prendono le decisioni supreme, il consiglio d'amministrazione o altri organi, esistono anche i leader informali. Il leader informale non ha bisogno di un'investitura e si rende disponibile nei confronti degli altri senza avere un mandato specifico; viene riconosciuto dagli altri come colui che può aiutarci e fornirci delle informazioni perché conosce meglio il passato, la situazione locale o altro. Ecco perché il processo di cooperazione sociale è, a mio avviso, un imperativo, perché è ciò che ha reso vincente l'Occidente rispetto al resto del mondo. L'avere scoperto che, siccome la verità non è posseduta da nessuno, siccome siamo tutti fallibili nelle nostre cose, si può cambiare decisione.

Cambiamo decisioni continuamente e spesso ci vergogniamo di ammetterlo.

L'amicizia, in questo contesto, è una zona franca. Pensate a quante volte abbiamo detto ai nostri amici cose che poi sovente si sono rivelate delle sciocchezze. Cambiamo continuamente idea e questo perché dobbiamo fare i conti con la realtà. La realtà ha smentito l’ipotesi di partenza e quindi cambiamo idea non perché siamo stupidi, ma perché necessariamente dobbiamo cambiarle, perché non abbiamo mai la conoscenza sufficiente per assumere le nostre decisioni, e allora il confronto ci consente di arricchirci e di eliminare gli errori.

Ci sono pagine e pagine di letteratura e anche se non posso soffermarmi lungamente su questa idea di ignoranza e fallibilità dell’uomo posso garantirvi che il processo di accrescimento della nostra razionalità avviene attraverso la cooperazione. Naturalmente chi meglio comprende queste cose raggiunge migliori risultati.

Vi posso portare un esempio molto banale. In questa Collana Biblioteca Austriaca, fondata nel 1996 e nella quale pubblichiamo soprattutto gli esponenti storici della scuola marginalista austriaca, i quali erano competenti di economia, di epistemologia, di storia, di logica, e che abbiamo tradotto in italiano con voi queste opere, mi sono trovato spesso di fronte a complicati problemi di traduzione. In Luiss, grazie al mio amico Pietro Reichlin, economista, Pietro Pierpaolo Benin, economista anche lui, ma di Princeton, e ancora altri studiosi, ho trovato un confronto aperto, ho acceso un dibattito, ho chiesto loro «Signori miei, voi che cosa pensate di questo brano? Come pensate che possiamo risolvere?». Insieme abbiamo trovato delle soluzioni, a volte le ho trovate io stesso perché in quella determinata discussione sono stato stimolato a formulare una nuova ipotesi. Non è necessariamente l'altro a darci la soluzione, a volte l’altro è in grado di generare lo stimolo giusto per trovare una soluzione. Solo così abbiamo raggiunto risultati, a mio avviso, davvero apprezzabili, le nostre traduzioni sono eccellenti. Molte volte ci siamo trovati di fronte a traduzioni che dicono esattamente l'opposto di ciò che l'autore aveva originariamente scritto, per questo sono particolarmente orgoglioso delle nostre pubblicazioni.

Ciò che voglio dire è che non ho avuto la presunzione di fare la traduzione, ma ho sentito il bisogno di confrontarmi. Solo in questo modo il processo di cooperazione ci consente, attraverso la mobilitazione delle conoscenze di ciascuno, di acquisire una maggiore consapevolezza delle nostre cose e soprattutto di poter correggere i nostri errori.

Ci tenevo molto a sottoporre alla vostra attenzione, a parlare con voi, da amico, da collega, da conterraneo, da ciò che meglio credete. Ci tenevo molto a parlare di questo problema della cooperazione e della mobilitazione delle conoscenze perché nessuno di noi sa tutto.

Nessuno di noi sa tutto e dunque parlare con gli altri è una cosa meravigliosa da cui io, partendo con la mia presunzione di giovane provinciale, nato a Gioia Tauro, non potevo credere, ma la vita mi ha insegnato

che la cosa migliore è quello di confrontarsi sempre con gli altri perché se gli altri non sono in grado di darci la soluzione, almeno possono regalarci quello stimolo giusto per cambiare le nostre idee.

Vi ringrazio tutti.


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