Il buio, di solito, è qualcosa da cui si scappa. Lo si copre, lo si nasconde, lo si combatte. Per Giulia Boverio, invece, è stato un luogo da attraversare. E da cui ripartire. Attrice e volto amatissimo di una generazione grazie al personaggio di Valentina nella sit-com Disney Quelli dell’intervallo è cresciuta sotto i riflettori quando era poco più che un’adolescente. Poi, improvvisamente, il set si spegne. La serie finisce, e con lei anche il ruolo in cui si riconosceva. “Ho perso un lavoro che per me era una famiglia”, racconta. È l’inizio di un periodo lungo e silenzioso, segnato dall’alcol e da una dipendenza che, come spesso accade, non arriva con il rumore di una caduta improvvisa, ma con l’erosione lenta di sé stessi. Nel libro “Figli del buio. Il mio viaggio dentro le dipendenze” (Piemme), Boverio racconta proprio questo, cosa significa “annegare senza fare rumore”, quando la dipendenza diventa una risposta, distruttiva ma pur sempre una risposta, alla domanda più difficile di tutte: “chi sono?”.
Il suo è un racconto personale ma anche generazionale, che parla di solitudine, vergogna e silenzi familiari, ma anche di una fragilità diffusa tra chi è cresciuto tra promesse di benessere e un presente molto più incerto. Oggi Boverio è anche co-conduttrice del podcast “Fuori dal buio”, dove condivide storie di cadute e rinascite. Nella nostra intervista, parla del momento in cui ha capito che smettere di combattere il buio era il primo passo per uscirne, della paura di ricadere che non scompare mai del tutto e di cosa significhi imparare ad amarsi dopo essersi autodistrutti. Perché, dice, il buio non sempre è il nemico. A volte è il posto da cui si ricomincia.

Nel libro lei suggerisce che il buio non sia solo un nemico. Quando ha capito che smettere di combatterlo era il primo passo per attraversarlo?
“L’ho capito perché l’oscurità di quello che stavo vivendo si era presa tutta la mia personalità. Non riconoscevo più il suono dei miei pensieri, oltre che la mia stessa figura. I campanelli d’allarme ci sono stati, l’ultimo stadio è stato costrittivo. O ripartivo o morivo. Era ora di prenderne atto”.
Che differenza c’è tra stare nel buio e identificarcisi?
“Il buio, per me, non ha sfumature. Ti ci identifichi perché diventa una culla, un’ovatta. Ti fa sentire che quello va bene per te e ne diventi complice”.
Il buio che racconta è più solitudine o vergogna?
“È l’insieme di questi tre elementi, insieme l’hanno reso esplosivo”.
Esiste un momento preciso in cui si tocca il fondo o è un processo lento, quasi impercettibile?"
“Quando si arriva al limite si tende a pensare che tutto sia cominciato lì, in quel fondo del barile. In realtà è un processo lento ma costante, gli allarmi ci sono”.
Se dovesse spiegare a chi non ha vissuto una dipendenza cosa significa “annegare senza fare rumore”, come lo farebbe?
“La dipendenza ti toglie ogni istinto piacevole umano, oscura tutto quello che di bello e appassionante puoi avere nella vita. Sì porta via le persone che ami, che ti amano ma non resistono perché le trascini e loro si devono salvare. Ci anneghi perchè rimani sola con lei, la dipendenza. Non fa rumore, tutto lentamente si dissolve. Ti rende un mostro”.
Nel libro l’alcol non è solo una sostanza, ma una risposta. A quale domanda stava rispondendo?
“Chi sono? Non smettevo di chiedermelo. La risposta che trovavo nell’alcol era distruttiva, non usava parole gentili, non faceva sconti. Però era pur sempre una risposta”.
Solitamente la dipendenza nasce da un eccesso o da una mancanza?
“La mancanza si trasforma spesso in eccesso, parte da li”.
È più difficile ammettere di avere un problema o accettare di meritare aiuto?
“Farsi aiutare. Perché diventa ufficiale, come stipulare un contratto lasciando fuori la tua dignità ed inevitabilmente creando dolore, di primo impatto, a chi dovrà aiutarti”.
C’è una parte di sé che ancora oggi teme di ricadere?
"Lo temo sempre, ho paura e ne sono consapevole. Un momento di minimo sconforto accende sempre quella stanza. Io però la tengo chiusa, anche se siamo nella stessa casa. È un luogo che non voglio più frequentare”.
Crescere sotto i riflettori quanto influisce sulla costruzione dell’identità?
“Non credo che tutti i miei colleghi direbbero di sì. Però alcuni sì, soprattutto quelli con un carattere più fragile, come me. Per noi crescere sotto i riflettori incide eccome”.
Quando la serie si è interrotta, ha perso un lavoro o ha perso un ruolo dentro cui si riconosceva?
“Ho perso un ruolo in cui mi riconoscevo ed un lavoro che per me era una famiglia, quella che non avevo a casa”.
Parla anche di un’intera generazione. Cosa accomuna i “figli del buio” di oggi?
“Sono i figli delle generazioni precedenti, i millennials se così vogliamo chiamarli. Quelli che hanno un piede nella vita costruita dai genitori e da un certo tipo di benessere che si poteva ancora ambire, un altro piede invece nella realtà di oggi dove le famiglie non esistono praticamente più. I genitori sono tutti separati e spesso si lanciano in questa nuova era peterpanistica dove devono riprendere in mano la loro giovinezza, dimenticandosi che i figli sono smarriti, non hanno più riferimenti e non esiste un dialogo sincero in famiglia”.
Viviamo in un’epoca iperconnessa, eppure tanti si sentono invisibili. Da dove nasce questa invisibilità?
“Esposti facilmente ma con troppa offerta, è tutto effimero. Cercano fuori quello che non trovano nelle loro case, sentirsi ‘visti’”.
Secondo lei, i giovani di oggi sono più fragili o semplicemente più esposti?
“Sono più fragili perché hanno paura di quello che sono e non vogliono parlarne. Non ne parlano perché credono che sia irrilevante farlo”.
Quanto pesa la pressione di dover essere sempre performanti e felici?
“È un macigno da sopportare, c’è anche chi performa senza alcun problema, sia chiaro. Non dobbiamo dimenticarci delle personalità fragili che subiscono particolarmente la dinamica sociale di oggi”.
Nel libro torna spesso il tema del silenzio. È stato più difficile rompere il silenzio con gli altri o con sé stessa?
“Con me stessa. Ero rimasta solo io, ad un certo punto, a non voler capire”.
La vergogna è una delle emozioni più legate alla dipendenza. Come si impara a guardarla senza farsi schiacciare?
“Si impara capendo che quello che è stato non si rimedia, ma si può, senza ombra di dubbio, ripartire dalla vergogna stessa e trasformarla in consapevolezza. Se la trasformi ti aiuti”.
Raccontare pubblicamente la proprio caduta è stato più liberatorio o spaventoso?
“All’inizio terrore puro, se avessi dovuto farlo per sempre su un palco non avrei avuto timori. Sono i social che mi spaventano ma visto che ci si deve passare, tanto vale liberarsi. Quando ti liberi, le voci di sottofondo non le senti quasi”.
Che cosa significa, concretamente, imparare ad amarsi dopo essersi autodistrutti?
“Significa non temere, non giudicare, accogliere. Perché la persona “caduta” sei tu e se vuoi sopravvivere con te stesso ti devi necessariamente amare, va praticato come un compito”.
C’è stato un momento preciso in cui ha sentito che stava
risalendo?“La prima volta che ho detto NO al bicchiere, no e basta. Ne avevo tanta voglia, lo bramavo. Ha parlato il cervello per me, che è diventato un grande alleato. Quando hai un buon alleato, allora si che risali”.