Ci sono storie che non parlano di malattia, ma di identità. "Quattro volte me" (Piemme), con la prefazione di Matteo Bassetti, non è il racconto di quattro tumori, ma di quattro rinascite. Monica Oriente ha incontrato il cancro per la prima volta a vent’anni, quando la vita dovrebbe ancora promettere tutto. Poi altre tre volte, in un dialogo durissimo con il corpo, il tempo e la paura. Eppure, nelle pagine, la malattia resta sullo sfondo, l’evento che costringe a fermarsi, mai il centro del racconto. Al centro c’è lei, nelle sue molte versioni, nelle trasformazioni che l’hanno attraversata e ricomposta.
Nel memoir appena uscito, Oriente sceglie una narrazione lontana dalla retorica dell’eroina e dalla celebrazione della sopravvivenza. Racconta il coraggio silenzioso dei giorni normali, la fragilità che non fa rumore, la bellezza come atto di resistenza, il tempo imparato a vivere senza sprechi. In questa intervista ripercorre il suo viaggio tra identità che si sommano, paure che cambiano forma e una nuova idea di futuro, non un orizzonte lontano, ma una presenza quotidiana da abitare con verità.
Perché “Quattro volte me” e non “Quattro volte il cancro”? In che modo la malattia ha cambiato chi era, non solo il suo corpo ma anche la sua identità?
“Perché questo libro non è la storia della malattia, ma della trasformazione che ogni volta mi ha attraversata. Il cancro è stato l’evento, non il centro. Il centro sono stata io. Ogni diagnosi mi ha costretta a fermarmi, a spogliarmi di certezze, a ricostruirmi da capo. Non è cambiato solo il mio corpo, è cambiato il mio sguardo sulla vita. Ogni malattia ha lasciato un segno diverso: nel modo in cui mi relaziono agli altri, in ciò che considero essenziale, nella capacità di vivere il presente senza rimandarlo”.
Nel libro parla di rinascite più che di sopravvivenza. Cosa nasce davvero, ogni volta, dopo una diagnosi?
“Dopo una diagnosi non torni mai quello di prima. Non perché diventi più forte, ma perché impari a ridimensionare tutto ciò che prima sembrava enorme e improvvisamente smette di esserlo. Le paure inutili perdono potere, il superfluo cade. Quello che nasce, ogni volta è una persona più presente. Una versione di sé che smette di rimandare, che impara a stare nel tempo che ha, non in quello che immaginava. È una rinascita quotidiana, fatta di scelte piccole ma decisive: come spendere le proprie energie, con chi stare, cosa vale davvero la pena trattenere. Nel libro parlo di rinascite perché la sopravvivenza è solo il punto di partenza. La vera trasformazione avviene dopo, quando il corpo guarisce ma l’identità deve riorganizzarsi. Ogni diagnosi ti costringe a rimettere mano alla tua vita, a riscrivere le priorità, a scegliere con più verità”.
Guardando indietro, sente di essere la stessa persona di prima del primo tumore o una somma di persone diverse?
“Non sono la stessa persona di prima. Sono una somma di persone diverse. C’è la ragazza di vent’anni che non immaginava cosa l’aspettasse, c’è la donna spaventata, quella stanca, quella che a un certo punto ha avuto paura di non farcela più, quella forte e coraggiosa, quella sorridente. Non ho cancellato nessuna versione di me stessa. Non le ho rinnegate, né superate. Le ho integrate. Oggi camminano tutte insieme dentro di me. Sono quelle parti che mi permettono di riconoscere la fragilità negli altri, di non giudicare, di restare umana anche quando sarebbe più facile indurirsi. È questa somma di vite, di paure e di rinascite che oggi mi rende davvero me stessa”.
Aveva solo vent’anni alla prima diagnosi. Cosa significa incontrare la paura della morte quando si è ancora convinti di essere immortali?
“È un impatto violento. A vent’anni la morte è qualcosa che non ti riguarda. Quando invece entra nella tua stanza, senza bussare, ti senti improvvisamente nuda, esposta, fragile. Crolla l’illusione dell’immortalità e con essa tutte le certezze che davi per scontate, è proprio lì che impari quanto vale la vita. Io ho perso l’idea di avere tempo infinito, ma ho guadagnato una consapevolezza profonda del tempo presente. Da allora non vivo più pensando a “quanto” tempo avrò, ma a come lo vivo. E questo cambia tutto: le scelte, le relazioni, il modo in cui resti presente a te stessa e agli altri”.
Dopo il secondo, il terzo, il quarto tumore, la paura cresce o cambia forma? Diventa più sopportabile o più crudele?
“Cambia forma. Non diventa più sopportabile, ma più riconoscibile. La prima volta è panico puro, qualcosa che ti travolge e ti lascia senza appigli. Poi, con il tempo, la paura si trasforma, diventa stanchezza, diventa una presenza costante. Non scompare, ma smette di paralizzarti. Impari a darle un nome, a riconoscerla quando arriva, a non farle occupare tutto lo spazio. È una compagna scomoda, ma non più dominante. Cammini con lei accanto, senza permetterle di guidare le tue scelte”.
Nel libro il tempo sembra dilatarsi, attese, corridoi, silenzi infiniti. Che rapporto ha oggi con il tempo, dopo averlo visto fermarsi così tante volte?
“Oggi ho un rapporto molto concreto con il tempo. Non lo rincorro più. So che non è infinito e proprio per questo lo rispetto. Dopo averlo visto fermarsi nei corridoi, nelle attese, nei silenzi, ho imparato a non sprecarlo in ciò che non conta. Viverlo così significa scegliere con attenzione dove stare, con chi, e come. Dare valore ai momenti ordinari, perché sono quelli che restano. Il tempo, per me, non è più qualcosa da riempire o da inseguire, è da vivere al presente”.
Scrive di un coraggio che non fa rumore. Cos’è per lei il coraggio, lontano dalla retorica dell’“eroina”?
“Per me il coraggio non è un gesto eclatante. Il coraggio è continuare anche quando non hai voglia, quando il corpo pesa e la mente è stanca. È alzarsi dal letto nei giorni in cui tutto sembra troppo. È trovare la forza di dire “ho paura” senza vergognarsene. Io non mi sono mai sentita un’eroina. Non ho mai avuto quella sensazione. Mi sono sentita una donna che, giorno dopo giorno, ha scelto di non arrendersi. E questa scelta, ripetuta nel silenzio della quotidianità, è la forma di coraggio che riconosco e che racconto”.
C’è stato un momento in cui si è sentita stanca di essere forte?
“Sì. Essere forti a lungo stanca. A volte avrei voluto solo fermarmi, piangere senza dover rassicurare nessuno. Senza dover dimostrare di farcela. Perché la forza non è reggere sempre, ma potersi lasciare andare senza sentirsi sbagliati”.
Quanto è difficile permettersi di essere fragile quando tutti ti vedono come “quella che ce l’ha fatta sempre”?
“Difficilissimo. Quando tutti ti vedono come “quella che ce l’ha fatta sempre”, non ti è più permesso essere fragile. Devi rassicurare, reggere, andare avanti. Ho scritto anche per questo, per dire che anche chi resiste ha diritto di essere stanco. Di avere paura. Di fermarsi. Raccontarlo è stato il mio modo di dire che la forza, da sola, non basta se non lascia spazio all’umanità”.
Nel libro racconta piccoli gesti, un vestito, un colore, la musica, come atti di resistenza. Quanto conta sentirsi ancora vivi, belli, desideranti, anche nella malattia?
“Conta moltissimo. Non è vanità. È identità. Continuare a prendersi cura di sé, anche nella malattia, significa ricordarsi di essere vivi. Significa non permettere alla diagnosi di occupare tutto lo spazio. Per me la bellezza è stata una forma di resistenza silenziosa. Un vestito, un colore, una canzone non erano solo dettagli, ma piccoli gesti che mi restituivano un senso di presenza, di desiderio, di continuità con la donna che ero e che continuavo a essere, anche mentre il corpo attraversava la malattia”.
Scrive che un giorno si può arrivare persino alla gratitudine. Come si fa a ringraziare una malattia senza giustificarla?
“Non si ringrazia il dolore. La malattia non è giusta e non va giustificata. Io non ringrazio il cancro. La gratitudine arriva dopo, quando smetti di combattere quello che è stato e inizi a guardare quello che sei diventata. Io ringrazio ciò che mi ha costretta a vedere: i miei limiti, le mie priorità, il valore del tempo, delle relazioni, della presenza. La gratitudine, per me, non è verso la malattia, ma verso la consapevolezza che ne è nata. Verso la donna che sono diventata attraversandola”.
È stato per lei salvifico o molto doloroso ripercorrere nelle pagine la sua storia?
“Entrambe le cose. È stato doloroso mentre scrivevo, perché tornare a quei momenti ha significato riattraversare emozioni che il corpo e lo spirito non hanno dimenticato. Ma è stato anche liberatorio. Scrivere del dolore gli toglie potere, lo rende più sopportabile. Scrivere è stato un atto di cura, non per cancellare ciò che è stato, ma per dargli una forma e uno spazio che non facesse più paura. Così la mia storia ha smesso di restare solo dentro di me ed è diventata qualcosa che poteva essere condivisa”.
C’è qualcosa che oggi riesce a vedere solo grazie al dolore che ha attraversato?
“Sì. Oggi vedo meglio ciò che prima confondevo: le persone, il tempo, e una forza che non sapevo di avere. Il dolore non mi ha migliorata, mi ha tolto il superfluo. Ha fatto cadere illusioni e aspettative che non erano mie. Mi ha lasciato con l’essenziale. E questa chiarezza, anche se è nata dal dolore, oggi la custodisco”.
Dopo quattro rinascite, che significato ha oggi la parola “futuro’’?
“È il presente che scelgo ogni giorno. Non faccio grandi progetti, non inseguo scenari ideali. Faccio scelte vere, concrete. Il futuro, per me, è stare dove sono con consapevolezza. È dare valore al tempo che ho, senza sprecarlo in ciò che non conta. È questo che oggi chiamo futuro”.
A chi è rivolto questo libro e quale effetto voleva avesse nei lettori?
“Questo libro è per chi ha avuto paura, per chi è stanco, per chi si sente fragile anche quando non riesce a dirlo ad alta voce. È per chi attraversa una malattia, ma anche per chi sta accanto a qualcuno che è malato, per i familiari che reggono in silenzio, spesso senza spazio per sé. Vorrei che chi lo legge non si sentisse solo. Che trovi in queste pagine un luogo di riconoscimento, non di insegnamento. Se anche una sola persona, chiudendo il libro, pensa “allora posso farcela anch’io”, senza sentirsi obbligata a essere forte, allora il senso di tutto è lì”.