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L'agricoltore Garibaldi, eroe dei tre mondi: Americhe, Italia e Caprera

Il "buen retiro" del generale era un vero progetto imprenditoriale, di vita e un vero modello politico

L'agricoltore Garibaldi, eroe dei tre mondi: Americhe, Italia e Caprera

Unica vera star dell'Italia prima dell'Italia. Eroe dei Due mondi. «Uno e trino» (il catechismo garibaldino vedeva nel Generale tre persone distinte: il Padre della Patria, il Figlio del Popolo e lo Spirito della Libertà). Giuseppe Garibaldi, ligure di sangue nato a Nizza quando la città era sotto occupazione francese, ha passato gran parte della vita come straniero in Paesi lontani, dal Sudamerica all'Oriente, rivoluzionario permanente e in navigazione perenne, ma nella fase unitaria, dal 1856 al 1882, anno della morte, fece casa nell'isola di Caprera - un'isola al cubo, essendo un'isola della Sardegna - dove costruì il suo regno sul mare: un'azienda agricola moderna. Lì, quando non era impegnato con la spada, prendeva in mano la zappa e si dedicava con lo stesso metodo, la stessa costanza, la stessa genialità con cui attaccò i francesi sul Gianicolo - all'agricoltura e l'allevamento. Diceva di non essere né italiano né francese. La sua terra, in mezzo al mare, era Caprera.

Prima fu una tenda, poi due stanze e una baracca di legno prefabbricata, poi costruì quella che sarà la leggendaria «Casa bianca», un edificio in stile sudamericano, un cubo con il tetto terrazzato da cui si scorgono le coste della Maddalena e che negli anni divenne una fattoria modello con coltivazioni, terrazzamenti, pozzi, un mulino tra i più innovativi dell'epoca, macchinari all'avanguardia come la «locomobile» fatta venire dell'Inghilterra, 14mila viti, frutteti, un esercito di mille capi di bestiame che nel 1865 comprende 150 fra vacche, buoi e tori, cento pecore, e poi capre, cavalli, muli e asini (dai nomi anticlericali «Pio IX» e «Immacolata Concezione», ma c'è anche un «Napoleone», III naturalmente). Conquistatore di popoli e di terre.

Come Giuseppe Garibaldi interpretò nella sua personalissima epopea molti ruoli patriota, militare coraggioso, seduttore inguaribile, politico carismatico, deputato del Regno d'Italia, scrittore (di opere di scarsa qualità, nonostante lui fosse convinto del contrario) così Caprera fu tante cose, oltre a una fazenda modello: fu il suo buen retiro, una comune per la sua famiglia allarga, il santuario laico dei suoi seguaci, un laboratorio politico dove pensare come fare l'Italia. Fu il suo rifugio e la sua patria. Non si comprende Garibaldi, e non si capisce un pezzo storia del Paese, se non si va in visita nell'isola. «Non si capisce proprio nulla di me - sospirerebbe il Generale senza Caprera».

Ed è il motivo per cui, con intuito giornalistico e senso storico, Virman Cusenza, giornalista e studioso, ha scelto molto intelligentemente di dedicare a Garibaldi e Caprera il suo nuovo saggio, sorta di «biografia geografica» di un uomo che fu sì militare e Generale ma anche agronomo e imprenditore agricolo, e le due cose hanno più di un punto in comune. Titolo: L'altro Garibaldi (Mondadori). Un libro che - poca retorica e tanta cronaca - raccontando la vita contadina del Condottiero in camicia rossa ci aiuta a capire meglio sia il battagliero rivoluzionario sia l'oculato pianificatore. Svelando un aspetto inedito dell'uomo Garibaldi: per lui trasformare un'isola di granito in una terra coltivabile non valeva meno di vincere cento battaglie.

A Caprera Giuseppe Garibaldi - appellativi: «Duce dei Mille», «Washington d'Italia» (durante la guerra di secessione l'ambasciatore americano a Torino andò sull'isola per chiedere di mettere la sua spada al servizio della causa del Nord), «Leone di Caprera», «Cincinnato d'Italia» (Garibaldi credeva che l'Italia potesse essere salvata da un dittatore temporaneo, con lo stesso potere che avevano i Fabi e i Cincinnati nell'antica Roma) pianificò le sue imprese epiche e realizzò i suoi progetti agricoli. Qui radunò i figli di primo, di secondo e di terzo letto (in totale ne ebbe otto, nati da diverse relazioni, l'ultimo a 77 anni), compagne, moglie e amanti (dopo la morte dell'amatissima Anita non si fece mancare niente, passando da un'avventura all'altra: nobili, contadine, balie, italiane, inglesi, ragazze e attempate signore...), e poi parenti, compagni d'armi, operai, avventori, ammiratori, emissari, forse spie, visitatori occasionali... Qui scrisse e ricevette migliaia di lettere. Qui stese i Diari di Caprera, alla base del lavoro di Cusenza, poco noti ma fondamentali nel rivelarci «l'altro Garibaldi» in un inedito intreccio tra gestione della terra e i pensieri politici («1° ottobre 1860 nasce un vitello - battaglia del Volturno» o «15 maggio 1860 si sega il prato - sbarco a Marsala»). E qui imparò che unire i popoli di un'Italia frantumata in staterelli è impresa più ardua che innestare il lentisco e che la filossera può essere un flagello peggiore del Papato.

Passaggi più belli del libro di Virman Cusenza. Il prologo: un monologo immaginario, molto malapartiano («l'unica casa come me»), in cui Garibaldi, sulla tolda di Caprera, fa i conti con il suo destino: quello di un combattente per la causa che poi si è visto scippare il frutto della sua conquista a cose fatte. Il racconto di quando nel 1864 il rivoluzionario russo Michail Bakunin fece visita sull'isola a «Garibaldov» per convincerlo a mobilitarsi per la Polonia e l'Ungheria. Il capitolo in cui si spiega militarmente quanto sia arduo sconfiggere le formiche che attaccano le arnie delle api. Le pagine sul matrimonio, il 24 gennaio 1860, fra Garibaldi e la diciottenne marchesina Giuseppina Raimondi a Fino Mornasco che durò solo un'ora: subito dopo la cerimonia, il generale ricevette una lettera anonima che rivelava la relazione della sposa con un altro ufficiale e volarono parole grosse... Il resoconto del viaggio di Garibaldi a Londra nell'aprile 1864: un evento trionfale che scatenò un entusiasmo popolare mai visto in Inghilterra: «Un mix moderno fra il bagno di folla e le prove di carisma mediatico senza precedenti in quello scorcio d'Ottocento». La parte sui suoi progetti idraulico-ingegneristici per domare le piene del Tevere (ma le sue proposte si impantanarono nel politicume romano, e visse come il più grande dei suoi fallimenti).

E la più bella definizione che ci sia capitato di leggere su Garibaldi, firmata Virman Cusenza: «Un legalitario che obbedisce al potere costituito anche quando ne dissente radicalmente, il contrario esatto del rivoluzionario tutto rum e fucile».

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