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Il "Mosè nero" che sognava la terra promessa per gli afroamericani

Caleb Gayle racconta l'epopea del politico che nell'800 voleva uno Stato solo per neri

Il "Mosè nero" che sognava la terra promessa per gli afroamericani

C'è un saggio storico negli Stati Uniti che continua a far discutere e a riscuotere un ampio consenso tra il lettori: è Black Moses (sottotitolo: «A Saga of Ambition and the Fight for a Black State») di Caleb Gayle, storico giornalista; edito negli Stati Uniti da Penguin e inserito tra i cento libri più importanti del 2025 dal The New York Times, racconta la storia ad quasi sconosciuta di Edward McCabe (1850-1920), un imprenditore nero e astro nascente della politica nell'Ovest americano, che alla fine della Guerra civile americana voleva fondare uno Stato dell'Unione in cui soltanto le persone nere potessero vivere e governare. Il luogo prescelto era l'Oklahoma, un territorio appartenente ai nativi, ma che negli anni Trenta dell'Ottocento, furono costretti ad abbandonare attraverso l'«Indian Removal Act», una legge passata alla storia come il «Sentiero delle Lacrime» (ad indicare l'eccidio degli Indiani).

McCabe non perse l'occasione per fare pressioni sui politici a Washington al contempo esortando le persone nere a trasferirsi subito in massa in Oklahoma per realizzare i loro sogni di autodeterminazione e proprietà della terra. Il suo profilo crescente come leader e portavoce delle persone nere, insieme alla sua disponibilità a confrontarsi con i politici bianchi, lo portarono a essere conosciuto come il «Mosè Nero». E come il suo omonimo biblico, McCabe arrivò quasi alla terra promessa, ma alla fine fu bloccato dalla politica, dagli interessi economici, dalle crescenti ambizioni dei coloni bianchi che desideravano anch'essi quella terra e dalla avidità stessa dei suoi «fratelli neri».

Edward McCabe, nato a New York e formatosi politicamente nel Midwest, incarna le aspirazioni e tutte le ambiguità dell'America nera post-emancipazione. Non è un rivoluzionario armato né un utopista isolato: è un pragmatico, un uomo che crede profondamente nelle istituzioni americane e nella possibilità di piegarle, dall'interno, a favore dell'uguaglianza razziale. La sua idea - creare uno Stato dell'Unione governato da e per i neri - può sembrare oggi radicale o separatista, ma Gayle mostra come la propria idea non fosse la supremazia dei neri sui nativi, anche se alla fine l'odio degli uno verso gli altri divampò tra le coscienze.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è anche l'analisi dell'Oklahoma come spazio sia simbolico che politico. Una terra promessa tra oppressi. Gayle non assolve né condanna sommariamente McCabe, ma mostra come anche le aspirazioni degli afroamericani si siano innestate su una struttura coloniale preesistente, creando nuove tensioni e nuove esclusioni. Particolarmente incisiva è l'analisi del tradimento politico: i bianchi progressisti che appoggiano McCabe finché è utile, gli imprenditori che vedono nel progetto nero un ostacolo ai propri interessi fondiari, e i coloni bianchi che, una volta arrivati in massa, rendono matematicamente impossibile la nascita di uno Stato a maggioranza nera. Gayle non indulge nel moralismo, ma mostra come il razzismo non sia solo una questione di pregiudizio individuale, bensì una forza strutturale capace di adattarsi, mascherarsi e sopravvivere anche alle più ambiziose riforme.

Dal punto di vista stilistico, Black Moses è un libro di grande equilibrio. Gayle alterna discorsi, incontri politici, ambizioni personali a quadri storici di ampio respiro. L'autore dimostra una notevole capacità di dare voce non solo al «Mosè nero», ma anche ai molti personaggi secondari: coloni neri pieni di speranza e poi di risentimento verso i nativi, politici bianchi cinici, funzionari federali ambigui. Questo coro di voci contribuisce a restituire la complessità di un'epoca in cui nulla era predeterminato, e in cui il futuro dell'America sembrava ancora aperto a possibilità radicalmente diverse.

Il valore più profondo di Black Moses risiede forse nella sua dimensione controfattuale implicita. Gayle non scrive una storia alternativa, ma invita il lettore a confrontarsi con una domanda inquietante: che cosa sarebbe stata l'America se il progetto di McCabe fosse riuscito? Uno Stato nero nell'Unione avrebbe potuto cambiare il corso dei diritti civili? Avrebbe rappresentato un modello o sarebbe stato isolato e attaccato?

Senza offrire risposte definitive, il libro costringe a riconoscere quanto la storia degli Stati Uniti sia stata segnata non solo da ciò che è accaduto, ma anche da ciò che è stato impedito.

Black Moses è un libro fondamentale per comprendere la storia afroamericana, ma anche per interrogarsi sul significato stesso di democrazia, cittadinanza e appartenenza nazionale. Caleb Gayle restituisce dignità e profondità a una figura dimenticata, mostrando come il fallimento di Edward McCabe non sia stato il risultato di un sogno ingenuo, ma la conseguenza di un sistema deciso a non mantenere le proprie promesse.

E in un'epoca in cui il dibattito su razza, memoria storica e giustizia è più vivo che mai, Black Moses non parla solo del passato: parla del presente, e delle possibilità ancora aperte, ma fragili, di un'America diversa.

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