L'ornitorinco è Umberto Eco. E Umberto Eco è un ornitorinco (si chiama antimetabole, una figura retorica che gli piaceva molto).
Curioso ibrido naturale che sfida le tassonomie classiche, l'ornitorinco è nel regno animale ciò che Eco era in quello culturale: una felice anomalia che dimostra come sia necessario mescolare i concetti, rinegoziare gli schemi cognitivi e superare le categorie esistenti per dare vita a qualcosa di nuovo. Se Umberto Eco non avesse fatto tutto ciò, se nei suoi saggi, nei suoi articoli e nei suoi romanzi non avesse sempre contaminato l'alta erudizione con il divertissement, Kant con l'ornitorinco, la teologia medievale con il giallo, il dotto col già detto, Heidegger con Heidi, Buzzati con Buzzanca, Eunapio di Sardi con Lando il camionista, Proust con Prost, non avrebbe scritto né le sue Bustine di Minerva né Il nome della rosa. E non sarebbe stato Umberto Eco.
Assiso tronfiamente sulle spalle dei giganti e sprezzante dei nani che si trovava in mezzo ai piedi, Eco scrisse moltissimo, e su molte cose. Coltissimo, brillante, curioso, con un perfido senso dell'ironia, basso tasso di sopportazione (sopratutto di Internet) e alta considerazione di sé, aveva la rara capacità di intervenire con cognizione di causa su ogni argomento. Di qualsiasi cosa scrivesse, fosse anche dell'argomento dotato della più vasta bibliografia della storia del pensiero, era sempre capace di regalarti almeno un pensiero controintuitivo. Ecco perché Eco vive.
Morto dieci anni fa esatti - il 19 febbraio 2016, ed era da poco partita l'avventura della Nave di Teseo, la casa editrice che poi ripubblicò tutti i suoi libri ma anche molti libri che lui non avrebbe mai pubblicato - Eco in realtà fu tanti Eco. C'è l'Eco semiologo autore di opere seminali, c'è l'Eco romanziere (da Il nome della rosa a Numero Zero, sette libri dal 1980 al 2015, inarrivabile il primo, evitabile l'ultimo). C'è l'Eco uomo di editoria, l'inventore di collane, il gran consigliori di libri da tradurre e pubblicare. C'è l'Eco compagno di bevute e chiacchierate con i soci dell'Aldus e i frequentatori della libreria antiquaria di Mario Scognamiglio a Milano. C'è, naturaliter, l'Eco bibliofilo e collezionista di libri. C'è l'Eco formidabile conferenziere e battutista fulminante. C'è l'Eco accademico, giornalista, massmediologo, medievista... e l'Eco gourmet, l'Eco musicologo, l'Eco «politico» che alla sera leggeva Kant mentre Berlusconi dava cene eleganti...
Bene. Tutti gli echi di Eco risuonano nel libro monstrum che la sua Nave di Teseo porta in libreria per il decennale della scomparsa, L'umana sete di prefazioni, che - a cura di Leo Liberti, un informatico, e la cosa ha un senso - raccoglie i «Testi liminari» scritti dal Professore fra il 1956 e il 2015, ossia prefazioni, postfazioni, premesse, presentazioni e scritti introduttivi che attraversano tutti i campi di intervento a cui Eco si è dedicato: letteratura, filosofia, semiotica, attualità, costume e fumetti (in futuro arriverà un secondo volume dedicato a bibliofilia, arte e critica letteraria). Diviso in quattro sezioni, 99 testi in tutto per 544 pagine, L'umana sete di prefazioni è una sontuosa antologia de omnibus rebus et de quibusdam aliis del pensiero di Eco; un libro stracolmo della sua intelligenza, la sua erudizione, la sua passione per le scienze esatte ma anche come testimonia la parte più preziosa della sua celebre biblioteca - per il sapere occulto, falso, marginale o «inesatto». E poi qui dentro ci sono tutta la sua ironia e l'auto-ironia, i suoi interessi per gli aspetti più popolari della vita «di massa»: la tv, le radio libere, la pubblicità, il carosello, l'abbigliamento, la cucina, gli incipit dei romanzi (cosa c'entra? Niente, ma la sua nota introduttiva a Chi ben comincia, libro a più mani su tutti i modi per iniziare un romanzo, è deliziosa).
Tra i pezzi imperdibili dell'antologia. La prefazione - che all'epoca, 1972, uscì anonima al libretto di Paolo Villaggio Come farsi una cultura mostruosa, scritta in puro stile fantozziano. L'introduzione a Saperla lunga, il primo libro di racconti umoristici di Woody Allen, uscito da noi nel '73, quando il regista e scrittore americano era ancora un autore per happy few, dove Eco riconosce che «Allen è un personaggio autentico proprio perché vive e rappresenta la propria inautenticità di abitante del Villaggio Globale della Cultura di Massa» e dove si scopre, da una nota del curatore, che Eco desiderava scrivere un saggio sulla comicità a fine carriera, cosa che però non riuscì a fare (però Il nome della rosa a noi sembra già una riflessione sul comico come strumento di sovversione del potere dogmatico). Il saggio introduttivo alla edizione (del 1984) di 1984 di George Orwell (e qui l'intuizione echiana è che «i tre quarti di quanto racconta il romanzo non è utopia, è storia»). La serie di testi su James Joyce e le sue traduzioni (queste però sono cose per super esperti) e quelli sui complotti. La prefazione a Il mio Dante di Roberto Benigni, il libro Einaudi del 2008 che raccoglie l'appassionata divulgazione della Divina Commedia dell'attore toscano, nata dallo spettacolo Tutto Dante (qui la cosa interessante è che Eco immagina un film in cui Benigni rifaccia il viaggio ultraterreno del Poeta, nelle vesti del Poeta mentre «Virgilio potrei farlo io, o Cerami, insomma, un amico; per Beatrice so già chi ha in testa Benigni... e i dannati, be', per i dannati c'è solo da decidere chi scartare... Ho già il titolo, L'altra vita è bella»). Un suo testo su Calvino in cui Eco elogia Il barone rampante e il disimpegno dell'intellettuale (!).
L'introduzione a un libro di Carlo Brera, che con lo pseudonimo di «Sartana» negli anni '70 fu corsivista satirico del Quotidiano dei lavoratori, dove smaschera la sinistra che non sa ridere, soprattutto di se stessa. E la prefazione dal titolo Prolegomeni al Martini a un libro di Lowell Edmunds sul cocktail più famoso del mondo in cui Eco ammette che il Martini migliore, alla fine, è quello «che ti fai da te, a casa».