Le "profezie" di Hakim Bey fra anarchia e misticismo

Da Burroughs al sufismo (per cui mutò nome), Peter Lamborn Wilson combatté la modernità e le sue derive

Le "profezie" di Hakim Bey fra anarchia e misticismo

Si è sempre definito con demoniaco orgoglio poeta. «In generale, tutto ciò che ho fatto è stato una variazione della poesia», ha dichiarato nel 2014 alla rivista The Brooklyn Rail, conferendo alla prassi lirica una carica eversiva, fedele alla norma per cui il gesto poetico è sempre ribelle, portatore di caos. Gabriele d'Annunzio sarebbe stato d'accordo. In Italia, le prime traduzioni di Peter Lamborn Wilson si devono alla reazionaria Cristina Campo: si tratta di alcune poesie da Almanack, pubblicate su Conoscenza religiosa. La Campo assegna alla scrittura lirico-lisergica di Wilson, incrocio nuziale tra la Beozia beat e l'apocalittica di William Blake, una natura meno cupa, più cauta, azzurra: «Ancheggia il deserto contro/ i bordi della città/ sotto la superficie della sera/ ...All'estremo orlo della città/ querce e cipressi di cimitero/ afferrano i frammenti della notte/ stracci votivi in rami neri». Edite nell'ottobre del 1977, queste traduzioni hanno un valore simbolico, il nitore di un lascito: la Campo era morta in gennaio. Wilson continuerà a collaborare con Conoscenza religiosa, la rivista fondata da Elémire Zolla e su cui hanno scritto, tra gli altri, Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Jorge Luis Borges, Abraham Joshua Heschel fino al 1983: i titoli dei suoi interventi danno il senso di una sapienza errabonda (si passa da articoli Sulle Metamorfosi, a testi sugli Angeli, La fisionomia del denaro e la Crestomazia fatimide).

Ne La tigre assenza, il libro che raccoglie l'opera della Campo, Peter Lamborn Wilson è presentato come «autore di numerose opere sulla poesia, l'arte, il pensiero islamici, e soprattutto persiani, pubblicate in Inghilterra e negli Stati Uniti». Negli anni in cui Wilson collabora con Conoscenza religiosa, è a New York, rientrato dall'Iran rivoluzionato da Khomeyni, a casa di William Burroughs. I due condividevano l'utopia allucinogena e la necessità di mollare questo mondo per una gita nei molteplici altri; a Wilson, Burroughs deve il suo libro gnostico/nostalgico, Terre occidentali. Nato nel 1945 a Baltimora, Peter Lamborn Wilson è tra i pensatori più aggressivi degli ultimi decenni. Ha studiato alla Columbia, ha fatto parte della Moorish Orthodox Church of America, gruppo anarco-sufi fondato da Warren Tartaglia, poeta beat, musicista jazz, morto giovanissimo per overdose di eroina, è stato sedotto da Timothy Leary e dai dettami dell'Lsd. Poco più che ventenne, disgustato dal mondo americano, PLW vola in India a studiare la dottrina esoterica induista, lavora in un ospedale a Kathmandu, pratica meditazione in una grotta. Dopo un passaggio in Pakistan, alla ricerca di maestri e codici sufi, l'esperienza più importante di PLW si svolge in Iran, quando lavora al fianco di Henry Corbin, traduce testi dell'esoterismo sciita, e dal 1975 al 1978 dirige Sophia Perennis, la rivista in inglese legata all'Accademia iraniana imperiale di filosofia. Peter Lamborn Wilson tenta di fondere l'anarchismo alla mistica islamica, la leggenda del Vecchio della Montagna al sottosuolo della controcultura americana. Dopo aver scritto un libro sugli angeli, più di quarant'anni fa costantemente ristampato , Peter Lamborn Wilson si maschera con lo pseudonimo rituale e corsaro di Hakim Bey e comincia a elaborare la sua teoria del Chaos (1985), dello scandalo liberatorio (Scandal, 1988), forgiando una poetica della pirateria contemporanea (Pirate Utopias, 1995). Il libro più noto, manifesto dell'inadempienza civica, antistatalista, che alla rivolta sociale fonde la rivoluzione spirituale, s'intitola T.A.Z.: The Temporary Autonomous Zone. Il libro edito in Italia, come altri di Hakim Bey, da Shake è affascinante, la scrittura corrosiva. PLW detto Hakim Bey parte dalle enclave della pirateria del XVIII secolo e dal cyberpunk per teorizzare la costruzione di «zone temporaneamente autonome», oltre ogni controllo statale. Promuove un nomadismo dei sensi e del pensare, l'epica di chi surfa sul caos, consapevole di poterlo tramutare in eros: «Paradosso: abbracciare il Caos non è scivolare verso l'Entropia, ma emergere in un'energia come di stelle, un modello di grazia istantanea... Dopo Caos viene Eros il principio d'ordine implicito nel niente dell'Uno inqualificato. Amore e struttura, sistema, l'unico codice non contaminato dalla schiavitù e dal sonno drogato. Dobbiamo divenire delinquenti e imbroglioni per proteggere la sua bellezza spirituale in una sfaccettatura di clandestinità, un giardino nascosto di spionaggio». Hakim Bey giustifica il disfattismo, l'aurora nichilista, il crimine come atto salutare, erotico; mescola hacker e raver, polluzione poetica e ribellismo americano. Predica «l'anti-lavoro», il «samizdat per rimpiazzare tecniche sorpassate di propaganda/editoria», la «riaffermazione dell'eros polimorfico... abbandonando ogni odio del mondo e la vergogna», il «terrorismo poetico» e il «marxismo-stirnerismo».

Nell'ultimo libro edito da Shake, All'ombra delle macchine malate (pagg. 160, euro 15), questo anti-tutto afflitto da profetica lebbra proclama «una critica radicale dei media» («Computer, video, radio, sintetizzatori, fax, registratori, fotocopiatrici: tutte queste cose sono ottimi giocattoli, ma anche terribili assuefazioni»), predica «un ritorno del paleolitico» (logica ineffabile: «Il fatto di trovare Lascaux meravigliosa, significa che Babilonia ha finalmente iniziato a crollare»), una poetica dell'immaginazione apocalittica, «possibile solo senza la tecnologia moderna, che è diventata l'operazione senza cuore del Capitale». Istrione, cialtrone, segugio di ogni estremismo, Peter Lamborn Wilson aka Hakim Bey è un terrorista dada: le sue azioni contro si riducono a «Entrare nell'area-bancomat, cagare sul pavimento, uscire. Attacchinare in luoghi pubblici un volantino fotocopiato di un meraviglioso bambino dodicenne nudo che si masturba, chiaramente intitolato: La faccia di Dio». Molesto incrocio tra uno sciamano e un barbone, Hakim Bey, ritornato Peter Lamborn Wilson, An Anarchist in the Hudson Valley, ha passato il tempo a distruggersi, spesso a contraddirsi (anche questa, in effetti, è pratica mistica). Eppure, è confortante quando scrive: «Non ho mai avuto un computer, mai ho usato Internet. D'altronde, Internet si è rivelato l'esatta immagine del capitale globale... Fondamentalmente, resto un luddista. Alcune tecnologie danneggiano la vita comune. Bene. Bisogna tirare fuori i martelli e distruggerle. Azione diretta. Critica luddista, cioè: agire con la mazza». Contro le rivoluzioni verdi imposte per decreto di Stato, contro i rivoltosi per mestiere e i fondamentalisti islamici («Non hanno idee, sono anticapitalisti ma amano la tecnologia e il denaro.

Non offrono alternative a nulla»), fondamentalmente, Hakim Bey è un uomo medioevale, possiede la rabbia dei santi sacrileghi. Muore il 22 maggio del 2022. Portava una lunga barba bianca e il cappello a tesa larga. Sembrava un uomo tranquillo, un francescano.

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