Pierre Jourde è una delle voci più autorevoli della letteratura francese.
Docente di letteratura a Grenoble ha vinto il prestigiosissimo Grand Prix De L’Académie Française. Jourde è nato a Créteil nel 1955, ma la sua famiglia è originaria della remota regione dell’Alvernia. Ecco perché le montagne vulcaniche che caratterizzano quel territorio compaiono in molti dei suoi libri, così come la boxe e la metafisica. Proprio per parlare di montagna incontrerà oggi alla Stazione Leopolda di Firenze il pubblico di «Testo» festival organizzato da Pitti immagine. Lo abbiamo intervistato in anticipo chiacchierando a partire dai temi del suo ultimo lavoro, Dalla montagna perduta (pagg. 182, euro 17, trad. di Silvia Turato) pubblicato in Italia (come i precedenti) da Prehistorica editore.
Jourde, molti dei suoi libri hanno al centro l’Alvernia dove, parole sue, «i borghi sono rugosi e austeri come i loro abitanti».
Come racconterebbe la regione a un italiano?
«Nessuno conosce l’Alvernia, persino in Francia. Sulle cartine, la regione del mio villaggio è tutta bianca. Non c’è nessuno, a parte migliaia di vacche. È da questo non-luogo che proviene la mia famiglia, ed è lì che ancora oggi io posseggo una fattoria. È una regione vulcanica, fatta di alti pianori come tranciati a cesoia da gole profonde, di immense praterie che somigliano alla Mongolia.
Gli inverni sono molto duri. Solo qualche pease perduto vi resiste, stretto attorno alla propria chiesa, costruito in pietra lavica, grigia o nera. “L’Alvernia è nera”, diceva Vialatte: il nero della pietra, il nero dei pini, il nero delle Vergini nere dentro le chiese, il nero degli ombrelli, il nero delle bluse delle vedove, il nero degli pneumatici Michelin fabbricati a Clermont Ferrand. Alla fine del XIX secolo, la pressione demografica divenne insostenibile: la mia bisnonna, nata nel 1883, ne aveva dodici, tra fratelli e sorelle. Gli alverniati si sono quindi esiliati a Parigi, specializzandosi in piccoli mestieri: portatori d’acqua, commercianti di legna e carbone, gestori di caffè,...
C’è una specialità sorprendente, che è durata a lungo, tanto che io ho fatto in tempo a gustarla: caffè col carbone. È in quell’epoca che si è formata la loro reputazione: dei duri... Una mia vecchia cugina che ha rimesso in ordine una tomba ha recuperato i denti d’oro e le fedi nuziali...».
Lei dice che l’Alvernia è «un esilio e uno smarrimento». Non è quello che molti cercano in montagna?
«Non sono del tutto d’accordo. La maggioranza dei turisti in montagna vuole dei reperti, dei punti di vista, andare in siti molto conosciuti e ben identificabili, fare passeggiate su sentieri ben segnalati... Non ci sono turisti in giro per il mio villaggio, perché lì non è dato sapere esattamente dove si è. Il paradosso è che io ho le radici lì, in quel luogo, mi ci identifico, sono a casa, e al tempo stesso in esilio, nel regno dello spazio e del vento. Questa contraddizione mi ha segnato, e forse mi ha spinto verso la scrittura».
La montagna è strana, unisce e separa. A due valli di distanza può cambiare il dialetto... Cosa vuol dire crescere ai suoi piedi o sui suoi fianchi?
«Imparare il silenzio. Accettare lo smarrimento. Provare la violenza, non solo la violenza del clima, ma anche quella degli abitanti. Sperimentare lo sterco bovino e l’alcolismo. Ritrovare i costumi e la socialità che sembrano ancora quelle del Medioevo. Gustare effettivamente un linguaggio molto particolare, che sarà differente a quindici chilometri di distanza, e che somiglia a un dialetto turco-mongolo».
Un conto è vivere la montagna, da turisita, un conto è esserci nato....
«I turisti sono ancora una rarità nella mia regione. Mi è capitato di vederne alcuni. Sono stati tagliati a dadini e messi sotto sale per far fronte all’inverno. Gli altri turisti si concentrano attorno ad alcuni luoghi noti, Salers, Superbesse, il Puy de Dôme. Certo, credo che questi luoghi non dicano nulla a un italiano. Il turismo di passaggio distrugge tutto. Ma va detto che dei turisti, innamorati della regione, hanno comprato vecchie case e le stanno ricostruendo per bene, senza il loro intervento sarebbero crollate. E le coperture traduzionali, le lauzes - delle lastre di pietra basaltica- oggigiorno costano davvero care».
In Alvernia l’ombrello ha più senso che altrove e si cacciano di frodo le lumache... Ce lo racconta?
«L’ombrello è fabbricato a Aurillac, capoluogo del Cantal. Il che la dice lunga sulla meteorologia di questo paese. Deve obbligatoriamente essere grande, nero, con un’impugnatura di legno. Si tratta dell’accessorio indispensabile per le anziane signore, i mediatori di bestiame e i pastori. Quando lo si apre, è per proteggersi dal cielo e da tutto quel che da là vuole arrivare... Gli alverniati amano le bestie dalle lunghe corna, come le salers, le impressionanti vacche tipiche della regione, grandi, rosse, con corna a lira, e le lumache. Basta conoscere i posti giusti, per raccoglierne anche 500 in una sola mattina. Ma la caccia di frodo alle lumache può essere pericolosa, come quella alle rane, del resto. Un amico che praticava il bracconaggio delle rane, alle 5 del mattino, in pieno inverno, dentro stagni a 1100 metri di altitudine, si è fatto cogliere con le mani nel sacco dal guardacaccia. 1000 euro di multa».
Quando lei descrive le case dell’Alvernia sembrano sempre oscure, un po’ fantasmatiche. La montagna fa sì che si senta di più il peso del passato? «Dal XVII secolo, la mia famiglia abita la stessa casa. Non è possibile non avvertire questo peso, questa presenza, un po’ inquietante; essendo partiti per abitaa Parigi, ci sentiamo un po’ colpevoli, la casa vuole riprenderci con sé. Una volta ho ingaggiato una squadra di artigiani colombiani che hanno passato la notte nella casa. Sono stati colti dal panico». Lei è uno scrittore sofisticato, un professore universitario e anche un montanaro.
Come tiene assieme queste cose?
«Non è sempre stato facile. A volte mi sembrava di essere un contadino all’università e un professore in campagna. Sui ring di boxe, ero “Pierrot”, detto anche “La Bestia”. In un anfiteatro, “Il Signor Professore”.
La storia della mia vita consiste nell’aver potuto riunire tutti questi aspetti, probabilmente e in parte grazie alla letteratura... . E poi per me uno scrittore non deve essere solamente se stesso, deve essere tutti quanti, il mondo intero».