Franz Zazzi era il personaggio co-protagonista di Il paese delle meraviglie, uno dei primi romanzi di Giuseppe Culicchia, uscito nel 2004. E che personaggio! Amico della voce narrante Attila, cioè l’alter ego dell’autore, Zazzi era il vulcanico compagno di banco ripetente, teppistello, anarchico e persino un po’ nazista che trascinava il quindicenne Attila alla scoperta del mondo in un piccolo centro della provincia piemontese sul finire degli anni Settanta. Ora, ventidue anni più tardi, Zazzi è tornato. Con un libro tutto suo.
S’intitola Uah!, lo pubblica Mondadori e il sottotitolo («Vita e opinioni di Franz Zazzi, gentiluomo») fa il verso al Tristram Shandy di Laurence Sterne, anche se il personaggio culicchiano è tutt’altro che un gentiluomo. Ex rapinatore, galeotto, spacciatore di droga e lui stesso tossico, commesso in un sex shop, guardia del corpo di una pornostar, misogino, razzista ed eccessivo in tutto, Zazzi è prima di tutto un uomo libero, esuberante, vitalista e senza filtri. Un reperto degli anni Ottanta sopravvissuto in questo nuovo millennio dove sembrano dominare correttezza politica, wokismo, conformismo e ipocrisia.
Uah! è un romanzo che non è un romanzo, non solo per le dimensioni (sono poco più di 150 pagine) ma soprattutto per la forma: non c’è struttura, non c’è trama, non ci sono capitoli né personaggi. Il libro è un lungo flusso di coscienza gergale e sgrammaticato che lo stesso Franz Zazzi riversa sul vecchio compagno di scuola, ora diventato scrittore affermato, il racconto in prima persona dei suoi ultimi quarant’anni di vita. La debordante narrazione va da quando in una cella di San Vittore Zazzi si è accorto di esser diventato protagonista di un romanzo scritto dall’amico Attila, detto «Pè» (vale a dire Il paese delle meraviglie), sino al presente, che lo coglie invecchiato, imbolsito e in parte pacificato in un’isoletta delle Egadi, dove accompagna in mare i turisti a bordo della sua imbarcazione battezzata Eva B.. Dove la B sta per Braun, cioè l’amante di Hitler.
Dopo aver scritto romanzi controversi come quello sul cugino ucciso dalla polizia, il brigatista Walter Alasia, e un altro sulla morte di Sergio Ramelli, il giovane missino massacrato a sprangate negli anni Settanta dagli ultrà di sinistra, ora Giuseppe Culicchia sceglie una figura
di fantasia altrettanto scomoda e in grado di scandalizzare i benpensanti del pensiero unico.
«Zazzi è un personaggio sopra le righe», spiega, «un vec chio punk, una specie di Gassman quando interpreta Bruno Cortona nel film Il sorpasso. Si ribella all’autore e vuole descriversi da solo, in modo libero. E lo scrittore non lo deve giudicare». Eppure c’è da pensare che molti storceranno il naso di fronte a passaggi di questo genere: «Per me la parola compagni mi evoca ’sti cazzo di sinistri che ogni anno rompono i coglioni con ’sto 25 aprile, manco se la guerra l’avessero vinta lorsignori. Ci si è messo il mondo intero contro il Führer, si sappia, il mondo intero, altrimenti col cazzo che lo sconfiggevano: tutta colpa di quel verme di Badoglio, tra l’altro, che stava capo di Stato Maggiore del Regio Esercito quando Sepp Dietrich e quegli splendidi ragazzoni della prima divisione panzer delle Ss, la Leibstandarte Ss Adolf Hitler, sono dovuti intervenire per toglierci le castagne dal fuoco in Grecia, perché se i tedeschi avessero potuto attaccare la Russia come prestabilito ai primi di maggio del 1941 anziché il 22 di giugno, per cui con le truppe corazzate del generale Hoth prendevano Mosca prima dell’inverno, quella cazzo di guerra ti dico la vincevamo, porca troia non so se ti rendi conto, scrivilo a caratteri cubitali, LA GUERRA LA VINCEVAMO».
Insomma, non capita spesso di leggere in un romanzo contemporaneo un’invettiva così apertamente filo-nazista, che sembra quasi uscita dalla penna di Dante Virgili (il quale, peraltro, nazista lo era per davvero). Culicchia non si scompone: «Negli ultimi anni si è diffusa una deriva pericolosa, l’idea è che le storie debbano essere eticamente in regola. Ma il mondo non è eticamente in regola. Se come scrittore posso raccontare solo storie edificanti, con personaggi che parlano e si comportano in modo politicamente corretto, allora non sto raccontando il mondo: ne sto inventando uno che non esiste». Di Zazzi è pieno l’universo, lascia intendere l’autore, perciò è giusto e legittimo scriverne.
Tanto più che anche il “povero” Franz è costretto a pagar dazio alla contemporaneità, quando al termine delle sue peripezie cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Francesca, per la quale è sempre stato un padre assente. E scopre che Francesca è diventata “Paolo”, è fidanzata con una ragazza che alla nascita era un maschio ed ora il/ stanno cercando insieme di avere un figlio.