Nella selva di romanzi italiani usciti in questo periodo se ne segnalano alcuni diversi per tono e contenuti ma comunque interessanti. Si va dallo zibaldone di Pecoraro alla parodia dell'hard boiled di Krauspenhaar, passando per la distopia di Arpaia e dagli scontri politico-generazionali di Ferrari. Ce n'è per accontentare tutti i gusti e ogni tipo di lettore.
La fine del mondo si avvicina. Le illusioni sono ormai perdute
Con La fine del mondo (Ponte alle Grazie, 352 pagg., 19 euro) Francesco Pecoraro torna alle ambizioni totali perseguite con La vita in tempo di pace. Mentre in quel romanzo, tuttavia, era possibile attraversare una serie di stagioni personali «gloriose», l'opera recente manifesta l'impossibilità di simili cedimenti e questo perché nel frattempo la Storia ha lavorato ai fianchi il fantoccio umanistico, precludendo ogni auto-indulgenza e ogni illusione. Il termine usato per alludere alla nuova, avvilente condizione è «il Flusso», un turbine fatto di internet, social network e inquinamento digitale.
L'io spaventato e arrogante, tanto schiacciato nella nicchia sociale che gli è stata destinata (la borghesia intellettuale di sinistra) quanto inarrestabile nella denuncia dello scandalo universale è ora alle prese con una nuova fonte di disperazione: gli anni che, implacabili, si ostinano a passare. Su impulso della compagna, che invece non mostra alcuna inclinazione per le geremiadi, si è da poco trasferito nel quartiere romano di Prati, zona che nel romanzo compare con il nome di Ipotassi, formula allusiva ad un centro elusivo che allontana ed espelle. Negatosi ogni conforto intellettuale, il protagonista trascorre le serate davanti a uno schermo sul quale passano le immagini di grandi belve che abbattono e divorano le prede ancora vive. Opera palesemente riepilogativa, vi si riscontrano riferimenti espliciti alle ossessioni dell'autore: le fabbriche di mattoni gialli dell'Ostiense, il disgusto per la città di Roma, le meticolose tavole anatomiche di esseri umani e animali riprodotte nel volume (Pecoraro è anche uno straordinario disegnatore). Alla fine, l'unico fantasma al quale si riconosce credibiltà soteriologica è la scrittura: la Storia è un tritacarne e la vita un mattatoio, ma ci si può concedere un'ultima ingenuità. Di queste pagine si potrebbe dire quello che si osserva di solito a proposito dei suicidi; che nell'uccidersi manifestano una forza vitale in contrasto con l'esito del loro gesto.
Pandemie, clima, scontri. Non sarà l'Ia a salvarci...
La prossima catastrofe sarà climatica? Ne è certo Bruno Arpaia ne Il mondo senza inverno (Guanda, 240 pagg., 18 euro), secondo momento di un'incursione nel futuro più distopico (il primo, Qualcosa, là fuori, era uscito nel 2018). Come suggerito dalla citazione che apre il volume, non è il passato ad essere gravido del futuro, piuttosto è il futuro che minaccia il presente attraverso un'apocalisse innescata dal metano prodotto dalle regioni ricche del pianeta. Quando un'estate artificiale scioglie il ghiaccio dei poli e inonda le città sul mare, i milioni di disperati che abitano le regioni calde sono costretti a raggiungere la Scandinavia, uno pseudo-paradiso per pochi. L'apocalisse è più che climatica: frutto di un «collasso cognitivo» (detto altrimenti, dell'incapacità di usare il cervello per difenderci da noi stessi: vi ricorda qualcosa?), il mondo senza inverno non riguarda solo il termometro. L'esodo innesca pandemie che a loro volta minano alla base ogni struttura democratica. Se i sommersi possono solo pregare, i salvati si ritrovano in un inferno in cui la popolazione è divisa in tre categorie. I cittadini A, detti UGM (uomini geneticamente modificati) vivono il doppio, non si ammalano e con un saltello fanno tre metri. I cittadini B vivacchiano come possono, sotto il ricatto costante di essere espulsi dalla loro classe e spediti nel gruppo C, quello dei sottoproletari privi di qualsiasi diritto. A scuola, ci pensa l'Ia (la «consolle») a garantire che il divario fra i fortunati e gli sfortunati si mantenga stabile. Il chip che ci portiamo appresso (il cellulare) adesso è inserito sottopelle ed è vietato farne a meno. Appena esci di casa, un drone ti scorta. Se poi hai una predisposizione per il cancro e non puoi pagarti le cure genetiche cui hanno diritto i cittadini A, passi direttamente al gruppo C. E tranquilli, nella Scandinavia distopica di Arpaia c'è anche una Resistenza.
Che noia la sinistra woke. Non capisce il mondo
Laureato in filosofia, di professione traduttore e dunque odiatore naturale dei cosiddetti «calchi» le espressioni mutuate dall'inglese tipo «quotare» o «schedulare» il protagonista dell'ultimo romanzo di Dario Ferrari (L'idiota di famiglia, Sellerio, 528 pagg., 18 euro), Igor, vive a Roma con la fidanzata Marta, ma è costretto a tornare nella sua Viareggio per accudire «Herr Professor», il padre, professore in pensione già berlingueriano alle prese con le avvisaglie di un Alzheimer. Il ritorno a casa ha un retrogusto amaro: dopo una serie di fallimenti professionali e una gravidanza non portata a termine, Marta è diventata celebre come scrittrice impegnata a sostenere il diritto delle donne di non avere figli. Anche questa battaglia, in fondo, è un «calco»: di certo femminismo americano. Sta di fatto che il principio è subito applicato al compagno, privato per sovrappiù dei piacevoli addentellati legati alla riproduzione. Perfettamente inserita in una Roma iperattiva, manovrata da un'addetta stampa che ha l'apparenza di un'insopportabile trottola woke, Marta è il contrario di Igor che invece è remissivo, debolmente misantropo e troppo intelligente per scambiare le mode con la realtà. La sua «idiozia» è la virtù di chi non si fa ricattare dal mito della fama. Progressista per indole, non per partito preso, è abbastanza lucido da biasimare la bambinaccia nerboruta e manesca che in un parco insulta Cosmo, il nipotino, il quale per vendicarsi raccoglie da terra un ramo e prende a bastonate la bulla, scatenando le rampogne pavloviane della madre che non ha capito niente e scambia la zuffa per un caso di maschilismo minorile. Ferrari è bravo a cogliere i meccanismi mentali della middle class che vota a sinistra; il contrasto fra la Versilia, con il suo solido conservatorismo culturale, e il radicalismo capitolino non potrebbe essere più netto; e a chi vadano le simpatie dell'autore è fin troppo chiaro.
Hard boiled corretto da umorismo nero e stile luciferino
Prendete un romanzo appartenente al genere hard boiled, iniziate a manometterlo senza sacrificarne la struttura portante e avrete un'idea dell'ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar, L'uomo dissolto (Polidoro, 168 pagg., 16 euro). L'autore strizza l'occhio al lettore smagato in grado di sospendere l'incredulità senza per questo smettere di leggere, ma il gioco potrebbe funzionare anche con il lettore comune.
Durante un inseguimento, un commissario della polizia francese scatena un incidente automobilistico che causa la morte di un collega. Spaventato dal rischio di essere incriminato per omicidio, paura moltiplicata dalla consapevolezza di non essere, nel suo ambiente professionale, particolarmente amato, fugge in California con un'attrice di film horror. Lì, per qualche settimana, vivacchia rimediando qualche lavoretto nel mondo del cinema, prima di essere travolto da una serie di morti (ovviamente sospette), di tradimenti (ovviamente enigmatici), di sorprese (ovviamente imprevedibili). Con il gusto del sabotatore esperto, Krauspenhaar si beffa del ricettario-base di ogni romanzo. La miscela di forza e debolezza che deve caratterizzare ogni protagonista degno di questo nome si articola in coppie derisorie palesemente comiche. La femme fatale l'attrice di film horror quantunque avvenente, ha oltrepassato di un buon decennio l'età sinodale. L'informatore del commissario, il flic che lo tiene al corrente dell'umore che domina nel commissariato, è più inaffidabile di un bambino di cinque anni.
Tutto cospira per destabilizzare il senso della realtà: le svolte nella trama avvengono con una gratuità troppo vistosa per non essere voluta e assieme ai numerosi flashback configurano un viaggio iniziatico al termine del quale brilla una verità poco rassicurante, in linea con la struttura allucinatoria di un romanzo destinato agli happy few capaci di apprezzarne l'umorismo nero, le numerose illuminazioni, i passaggi scintillanti e naturalmente la luciferina intelligenza che lo sorregge.