Presentiamo qui in anteprima un estratto da È di te che si parla di Marco Vichi nelle librerie da Martedì 28 aprile per Guanda.
Marco Vichi lo conosciamo da tempo, e non solo per quel commissario Bordelli che gli ha cucito addosso una riconoscibilità tale da aver venduto oltre 3 milioni di copie.
C'è, però, un altro Vichi, meno notturno, meno incasellabile nel noir, più vicino a una forma di ascolto silenzioso delle cose.
È di te che si parla abita proprio lì: in quella zona di confine dove la trama smette di correre e comincia a respirare.
Una raccolta di racconti che non cerca l'effetto, ma la risonanza.
Tra passato e presente, tra la campagna toscana e una città che non è mai solo sfondo, Vichi si muove come chi conosce davvero il peso delle parole e sceglie quando usarle.
I sentimenti, qui, non sono dichiarati: affiorano. Amore, ironia, tristezza, amicizia - ma senza etichette, senza didascalie.
Come se ogni storia fosse una stanza e il lettore entrasse senza bussare.
Vichi scrive per sottrazione, e in questa sottrazione trova una verità che non ha bisogno di alzare la voce. I personaggi non chiedono di essere ricordati: restano. Nei gesti minimi, nelle esitazioni, nei silenzi che fanno più rumore di qualsiasi dialogo. È una letteratura che guarda negli occhi, senza compiacere, senza proteggere.
E poi c'è quel tentativo ostinato - quasi necessario- di mettersi in contatto con chi legge. Non per spiegare, ma per condividere un frammento, una crepa, qualcosa che assomiglia a tutti. In questo senso, È di te che si parla è un titolo che non allude: chiama in causa.
Non sorprende,
allora, ritrovare Vichi tra i dodici semifinalisti del Premio Strega 2026 con il precedente Occhi di bambina. Perché, al di là dei generi, resta uno scrittore che sa dove cercare: nell'umano, quando smette di difendersi.