Una tromba, un palco spoglio e tanta magia: la lezione dell’"affollato" “A solo” di Paolo Fresu

Nell’intimo e nudo palco del teatro delle Ali di Breno (Brescia), Paolo Fresu, con la sua tromba, ha fatto volare gli spettatori verso terre e popoli lontani. Quando la musica racconta di viaggi e dà lezioni

Una tromba, un palco spoglio e tanta magia: la lezione dell’"affollato" “A solo” di Paolo Fresu

Un’ovazione lunghissima, energica e liberatoria ha festeggiato lo spettacolo “ A solo” di Paolo Fresu.

Generata dagli applausi, un’onda di emozione ha colmato l'elegante e raccolto Teatro delle Ali di Breno (Bs)

L’incontro intimo e privilegiato tra pubblico e artista ha trovato il suo luogo perfetto.

Ma come si può celebrare Paolo Fresu oltre l'applauso?

Sin dalla overture dello spettacolo, nasce il dubbio che lui sia un artista che non si pone al centro della scena, né desideri essere decantato.

Difficile ricordare gli abiti che indossa, tranne per il vezzo delle stringhe rosse delle sue calzature dalla foggia classica che i riflettori illuminano alla fine del concerto.

Paolo, per gran parte dello spettacolo, è un'ombra silenziosa, seduta, di lato, o in piedi, di profilo, circondata da una leggera nebbiolina che avvolge la sua figura e il suo volto.

Si tratta di un quadro notturno in esterna.

Catapultati in una scena che fa dimenticare la latitudine in cui ci si trova, si viene trasportati dritti in un fumoso ed invernale "non luogo", forse una strada illuminata da un fioco lampione di Parigi o di New York.

E anche quando l’artista si alza dalla poltroncina e cammina lungo il palco come a disegnare un cerchio o si muove da destra a sinistra, con la sua tromba o con la cornetta, che paiono l’estensione del suo corpo, lo fa quasi in punta di piedi, con una leggerezza serena e il capo chino.

Una presenza assenza delicata, illuminata solo dall’oro luccicante dei suoi strumenti, che non crea disagio né vuoto quando, durante lo spettacolo, abbandona la scena per un breve istante, per "lasciare posto" ad una voce fuori campo che narra il toccante incipit di un romanzo, perché il tempo è maturo affinché non ci si senta orfani della sua persona.

La missione è compiuta, il senso dell’udito del pubblico si è educato ed è pronto ad accogliere senza troppi convenevoli la regina del palco: la musica.

È lei la vera star che regna indiscussa con la sua potentissima presenza. Ed invita ad un viaggio lungo, tra i luoghi e nel tempo.

Che parte con il dolce sciabordio delle onde del mare Mediterraneo a cui si unisce il garrito dei gabbiani e il corno grave delle navi che, allontanandosi dal porto, si dirigono verso il continente sbuffando fumo grigio.

E che via via trasporta verso sud, nell’ Africa magrebina, nel deserto, dove canti berberi e percussioni africane si intrecciano al suono melanconico della tromba, e poi su a nord, verso gli eleganti ambienti parigini con musicalità raffinate e bohémien, per riscendere verso la Corsica accompagnati dagli struggenti cori di “A Filetta” che cantano preghiere in dialetto corso: un’Avemaria che cede il passo al secolare jazz americano, che ci fa approdare oltre oceano, in qualche fumoso speakeasy, dove la voce di Miles Davis, artista caro a Paolo Fresu, si staglia tra il chiacchiericcio e il tintinnio dei bicchieri che brindano incorniciati in una melodica musica strumentale. La vista non serve, gli occhi possono serrarsi, l’unico senso necessario per sognare in questo concerto è l’udito.

Poesia, letteratura, musica, suoni, preghiere, voci e luci trovano spazio nel teatro mentre Paolo Fresu diventa l’antitesi del protagonismo.

Un ego inesistente al quale non siamo più avvezzi.

Distratti dalla forma che travolge tutti i sensi, assuefatti a presenze sceniche invadenti dal look impattante, che occupano il palco con rumoroso clamore e costumi sontuosi o trasgressivi, abbiamo perduto l’allenamento (e il piacere) all'esercizio naturale dell'ascolto degli accordi, delle note, dell'armonia e della nuda musica.

Paolo Fresu invece ce la restituisce, pura.

Il suo umile approccio ci invita e poi guida a risintonizzarci.

Ecco perché, se non solo indirettamente e attraverso la sua tromba, lo si può celebrare.

Ed in verità questo è l’esercizio più facile per un artista che conosce il valore della propria arte che divulga senza maschere.

Segno che la sostanza c’è e si prende il lusso di adombrare volutamente la forma.

Un solo, anzi un “ A solo” privo di egocentrismo, affollato di suoni che rimandano a molteplici luoghi e mondi, genti e sentimenti ed epoche diverse ma ancora vive ed attuali.

Un pezzo datato 1624, ”Si dolce è il tormento” del compositore Claudio Monteverdi ancora modernissimo, poi dei riferimenti non espressamente cercati ( poiché già presenti nel repertorio sin dalla creazione dello spettacolo risalente ad alcuni anni fa) ma così contemporanei e calzanti al tema del conflitto attuale in Ucraina.

Dentro c’è l’opera letteraria “Sos larisbiancos” nota come “I dimenticati” (anche dai nemici) che narra le vicende dei soldati sardi caduti durante campagna di Russia nella Seconda guerra mondiale.

E l’incipit del romanzo “Passavamo sulla terra leggeri” dell’autore sardo Sergio Atzeni raccontato dalla voce fuori campo registrata di Lella Costa che riecheggia l'attuale follia della guerra:

A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici. Le piante e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascolo e fonti. Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia. Facevamo un vino color del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. A parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti, eravamo felici”.

Un racconto sonoro che potrebbe essere trascritto.

Un assolo che è anche una sfida personale e racchiude in sé un messaggio positivo che esorta ad affrontare gli eventi che ci chiedono di rimetterci in gioco, perché un solo significa arrischiarsi, proprio come fece Paolo Fresu quel giorno che accolse la proposta di esibirsi con uno strumento come la tromba, poco adatto ad una performance solitaria.

Una partita che doveva giocarsi, a sua insaputa, davanti a 2500 persone nell’Auditorio Santa Cecilia di Roma.

Lui e la sua tromba “nuda e cruda”, senza l’ausilio dei suoni e delle registrazioni che avrebbe aggiunto in seguito per creare quello che oggi è il suo generoso“A solo” che piano piano si è trasformato in uno spettacolo.

E ci lascia con un monito: "L’idea della sfida deve fare parte della nostra vita".

Benvenuti nel tempio della musica autentica che abbraccia tutte le forme d’arte e riesce a toccare le corde dell’anima. Una sfida per l’artista e per il pubblico a ridisegnare il concetto di spettacolo nella sua essenza.

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