Carloforte, il paese del Sulcis dove si parla il tabarchino

Carloforte, cuore pulsante dell'Isola di San Pietro, è un luogo magico collocato nel sud-ovest della Sardegna dove si parla un dialetto davvero unico: il tabarchino

Carloforte, il paese del Sulcis dove si parla il tabarchino

Luogo unico nel suo genere, Carloforte è un dinamico e affascinante centro abitato nella zona sud-ovest della Sardegna. L'area abitata è situata sull’isola di San Pietro ed è parte integrante del Sulcis-Iglesiente, che può contare sulla presenza di un numero esiguo di abitanti, poco più di 6.100.

Meta turistica estiva, si può raggiungere comodamente con il traghetto, insieme all’adiacente isola di Sant'Antioco e a una serie di piccoli isolotti e scogli vicini forma l'Arcipelago del Sulcis. Luogo storico dai natali antichi, è molto famoso per il dialetto particolare che definisce il lessico dei suoi abitanti: non il sardo ma il tabarchino.

Carloforte, un po' di storia

Parte integrante del circuito dei borghi più belli d'Italia, Carloforte è un comune sardo ma legato anche alla città di Genova: una particolarità che affonda le sue radici nella storia di questo luogo. Il territorio ha visto il passaggio e gli insediamenti dei fenici ma anche dei punici, proprio grazie alla sua particolare collocazione di fronte al mare. L'isola ha vissuto anni di totale abbandono fino a quando il Re di Sardegna, Carlo Emanuele III, decise di trasformarne il destino. Complice la necessità di alcune popolazioni di trovare un luogo sicuro dove abitare e vivere, scappando da vessazioni e politiche locali.

In particolare alcuni abitanti di Pegli, a Genova, nel 1542 lasciarono la terra d'origine per conto della ricca famiglia Lomellini con destinazione Tabarka, città sulla costa tunisina famosa per la raccolta del corallo. Due secoli di commercio, pesca di corallo e tonni, caratterizzati dai continui scambi economici e personali con la città di Genova.

Il cambio delle dinamiche locali e politiche spinse queste popolazioni, note come tabarchine, a cercare un nuovo spazio abitativo più libero, trovando nell'offerta di Carlo Emanuele III una possibilità di rinascita. Un nuovo futuro lontano dalla persecuzioni dell'epoca, in favore di nuovi commerci utili per la nascita di Carloforte, in onore proprio del re, e di un nuovo dialetto: il tabarchino.

Tabarchino, un linguaggio unico

Questo dialetto così unico si parla solo e unicamente sull'isola di Carloforte e da anni è al centro di studi e tentativi di riconoscimenti internazionali. Ad esempio, da tempo è in corso l'iter per il riconoscimento ufficiale da parte dell’Unesco della storia tarbachina, come bene immateriale dell'umanità. I

l linguaggio è caratterizzato da un miscuglio di dialetto genovese e influenze tunisine, ancora utilizzato e diffuso sia tra i più giovani che tra gli adulti. Tanto da influire anche sul lessico della più vicina Calasetta. Gli stessi tabarchini sono caratterizzati da una qualifica di "minoranza linguistica storica" ma, per assurdo, Carloforte e Calasetta sono gli unici due luoghi della Sardegna che non rientrano nella tutela come patrimonio linguistico, che investe il resto della regione.

Carloforte è nata proprio grazie agli esuli di Tabarka, fuggiti dalle vessazioni dei locali e dalla scarsità economica dell'ultimo periodo. I primi anni sull'isola di San Pietro furono caratterizzati da una serie di bonifiche necessarie per rendere il territorio vivibile e salubre, in particolare dopo una serie di epidemie mortali. L'arrivo di alcune famiglie da Tabarka e da Genova consentì la creazione di una salina molto redditizia, avviando di fatto la comunità locale. Ma la vita di Carloforte non è stata facile, ha visto molte incursioni straniere, fino a quella peggiore a opera dei corsari che per cinque anni deportarono e resero schiavi quasi mille abitanti. Solo le trattative internazionali messe in atto dal re consentirono la liberazione dei prigionieri, con relativo ritorno in patria. Questo spinse i carlofortini a creare delle alte mura di difesa lungo tutta l'isola.

Carloforte nel tempo

A Carloforte si venera la Madonna dello Schiavo, una piccola statua in legno recuperata sulle spiagge di Tunisi da un giovane schiavo tabarchino, Nicola Moretto. Nonostante si pensi sia parte di un veliero in qualità di polena, venne subito elevata a simbolo di protezione contro le vessazioni. Nascosta e protetta, riuscì a raggiungere Carloforte dove ancora oggi risiede all'interno dell'omonima chiesa, sia come simbolo religioso che come emblema di coesione sociale e libertà.

La comunità nel tempo ha affrontato con coraggio alcuni stravolgimenti economici, passando da un rigoglioso periodo legato al trasporto di minerali, estratti nei giacimenti presenti sulla costa vicina, per poi ritornare a un'economia marittima, basata sulla pesca, lavorazione delle saline e navigazione. Oggi il turismo è parte centrale dell’economia locale, grazie alle bellezze del luogo e alle particolarità strutturali e culinarie, frutto delle contaminazioni storiche. Il legame con la Liguria e con Pegli è ancora oggi molto forte e presente.

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