Pesca del pesce spada: l'antica tradizione siciliana

La pesca del pesce spada è tipica della Sicilia, in particolare dello Stretto di Messina: qui tutto avviene secondo la tradizione, tra miti e leggende

Pesca del pesce spada: l'antica tradizione siciliana

La pesca del pesce spada in Sicilia è una cosa seria. È tradizione, è magia, è una consuetudine che racconta di onore, onestà e rispetto. Ed è legata inevitabilmente a mitologie e leggende, che sono state riportate nei libri - dall’“Eneide” di Virgilio alle “Fiabe italiane” di Italo Calvino - e che costituiscono il retroterra culturale della Sicilia. Una regione in cui il mare non è un elemento del paesaggio, ma un essere che vive e respira, il personaggio di una storia più grande in cui ogni pescatore ha un ruolo importantissimo.

La pesca del pesce spada



La pesca del pesce spada avviene in diverse zone costiere della Sicilia, ma in particolare è praticata nella zona dello Stretto di Messina, dove l’isola guarda da vicino il “continente”. Il pesce spada viene pescato su imbarcazioni particolari, chiamate feluche, che presentano un ponte dal quale i pesci vengono arpionati e un grande albero maestro da cui vengono avvistati. Anche perché non è facile: questi pesci non trascorrono molto tempo in superficie, ma solo quello necessario per nutrirsi, quindi il tutto deve svolgersi con estrema velocità.

I pescatori si spartiscono i ruoli: c’è il mezziere che si occupa della rotta, lo ‘ntinnieri che avvista i pesci e il lanzatari che getta l’arpione. Sugli occhi del pesce viene posto un telo nero, affinché esso non attacchi i pescatori con l’arma che la natura gli ha dato: la spada. Alla fine, sulla preda viene apposta una "X": si tratta della cardatura, una specie di firma per i pescatori messinesi, per garantire la qualità del prodotto una volta in pescheria.

Il diritto del pesce spada

Non si può pescare ovunque però nello Stretto. Il mare è suddiviso in alcune zone e ogni feluca può pescare il pesce spada nella propria. Se la caccia inizia nella propria zona ma termina in un’altra, i pescatori dividono il pescato con i colleghi della feluca che ne aveva diritto.

Le leggende dello stretto di Messina

Allo Stretto di Messina sono legate indissolubilmente le figure di Colapesce, Scilla e Cariddi. Colapesce era il figlio di un pescatore particolarmente bravo nelle immersioni. Secondo la fiaba narrata da Calvino, Federico II di Svevia lo sottopose a tre prove: buttò una coppa in mare e Colapesce la recuperò, butto la sua corona e Colapesce la recuperò, infine gettò un anello ma Colapesce, nonostante le attese, non riemerse mai dal mare. In un’altra vulgata, Colapesce, durante l’immersione, scoprì che la Sicilia poggiava su tre colonne - tre come le gambe della trinacria - una delle quali stava per franare a causa dell’attività vulcanica: decise perciò di restare sul fondo del mare e proteggere la terra che amava.

Cariddi e Scilla invece erano due ninfe tramutate in mostri marini, la prima per aver rubato e mangiato i buoi di Eracle e la seconda “avvelenata” da una pozione gettata in mare dalla Maga Circe, che era innamorata di Glauco, il quale l’aveva rifiutata preferendole la ninfa. Virgilio scrive: “Nel destro lato è Scilla; nel sinistro / È l’ingorda Cariddi. Una vorago / D’un gran baratro è questa, che tre volte / I vasti flutti rigirando assorbe, / E tre volte a vicenda li ributta / Con immenso bollor fino a le stelle”. E, come spesso accade per leggende e mitologia, questo era forse un modo degli antichi per spiegare i fenomeni naturali, e nel caso specifico per raccontare dei gorghi e delle correnti marine presenti nello Stretto, che sono molto numerose e, per chi non conosce il mare, pericolose.

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