Le ossessioni del Capitano Achab sono un monito che non scade mai. Ecco perché "Moby Dick" non perde la potenza del classico quando emerge dalle pagine di Herman Melville, ma trova una potente declinazione in teatro. Lo sa bene il regista Guglielmo Ferro che, con l'adattamento di Micaela Miano, porta sul palcoscenico un Achab di indubbio carisma nella figura di Moni Ovadia. È lui, nei panni di "un eroe capovolto di una tragedia shakespeariana", a distendere lo sguardo impazzito di ossessione verso l'orizzonte del mare senza fine, alla ricerca della Balena Bianca, il Leviatano per il quale porterà alla rovina sé stesso, il vascello Pequod e i suoi uomini, Queequeg, Pip, Ismaele, Lana caprina, Tashtego, Flask, Daggoo, Stubb, Fedallah e Starbuck. "Moby Dick" va in scena al Teatro Carcano fino a domenica e l'attore milanese di origini bulgare, storico cantore della memoria yiddish, si sente perfettamente a proprio agio nel cappottone blu del cupo Capitano melvilliano.
Cosa la affascina di questo personaggio?
"Prima di ogni cosa, la sua pulsione nichilista. Mi affascina come opposto naturalmente, perché la mia visione del mondo e dell'esistenza è opposta. La balena lo ha reso storpio, vive nell'ossessione di una resa dei conti. La sua ferita non è solo fisica, è nel profondo dell'anima".
Achab trascina della sua febbre gli uomini della sua nave.
"Ha un simbolico avversario, però: il marinaio Starbuck, un quacchero credente con una visione teocentrica dell'esistenza. Lui è la voce della prudenza e della coscienza, è un eco delle parole di Odisseo nel 26esimo canto della Divina Commedia: gli uomini sono fatti per seguire virtù e conoscenza. La sete di conoscenza è ciò che dà più dignità all'essere umano".
Il mare è un protagonista epico della storia: come appare in scena?
"Questo è un piccolo segreto ma i giochi di proiezioni e di luci portano davvero il pubblico nell'oceano, e il pubblico potrà addirittura percepire i vari momenti di confronto tra gli uomini e il mare aperto: la bonaccia, il caldo opprimente, le tempeste gelide".
Qual è il suo rapporto col mare?
"Del mare ho rispetto, ne temo la potenza. Per me il suo fascino resta nell'immensità dello spazio: il mare è qualcosa nel cui perdere il proprio sguardo".
Qual è la forza contemporanea di Moby Dick?
"I temi dell'ossessione, della vendetta, dello scontro con la natura. La prima, oggi, esplode nella febbre collettiva della rete telematica che illude l'individuo di avere una voce nell'etere ma alla fine consegna potere a un'economia digitale che arricchisce pochi e rende gli uomini assenti. La natura poi, è il grande nemico di Achab: in essa il Capitano vede qualcosa di minaccioso, da dominare e violentare. Inutile dire cosa dica a noi oggi questo messaggio. Achab è l'uomo che non accetta limiti: il suo peccato di hybris è quello che noi vediamo nell'utilizzo dissennato dell'Intelligenza Artificiale".
Qual è invece l'ossessione di Moni Ovadia, se ne ha una?
"A differenza di Achab, l'unica ossessione che personalmente ho è benefica: risiede nell'uguaglianza tra gli esseri umani e nella giustizia sociale".