Cronache

L'ufficio totale

Asili, palestre, giochi e parrucchiere In azienda si può fare (quasi) di tutto La produttività aumenta, ma è davvero un bene per la nostra vita?

L'ufficio totale

Benvenuti nell'ufficio totale. Dove per un tot di ore si lavora, e per un altro tot di ore ci si distrae grazie ai servizi extra offerti dall'azienda. Ma senza spostarsi. Rimanendo lì, sotto lo stesso tetto. Dove il massimo dello sforzo è uscire dalla stanza con i faldoni poggiati sulla scrivania per entrare nel corner relax con l'asciugamano poggiato sul materasso ad acqua. Tutto nel raggio di pochi metri. C'è chi dice - scherzando - che in queste aziende all inclusive i direttori rischino la crisi di nervi, perché i dipendenti spesso si volatilizzano, magari preferendo fare un tuffo in piscina piuttosto che nuotare tra le scartoffie. Tutta colpa delle troppe «coccole» previste dagli accordi integrativi. Inevitabilmente qualcuno ne approfitta. E così nei corridoi può capitare di origliare commenti ironici sull'impiegata irreperibile perché impegnata col figlio di 3 anni nell'«area asilo» al terzo piano, o sull'operaio col pallino del fitness perennemente sul tapis roulant nella palestra al piano interrato. Per non parlare di quelli che giocano a ping pong; di quelle che vanno dal parrucchiere; di chi frequenta corsi di cucina, scacchi, nuoto, burraco, ecc. Tutto rimanendo con i piedi ben piantati nello stesso luogo di lavoro.

UN TAGLIO ALL'ASSENTEISMO

Restano ancora una minoranza, certo. Ma sono in aumento i lavoratori che hanno la fortuna di prestare la propria opera in quelle che tecnicamente vengono chiamate aziende top employers (in Italia sono una cinquantina). Si tratta di stabilimenti che hanno al loro interno almeno una forma di welfare practice (tradotto: attività di sostegno) come asilo, desk vacanze (mini agenzia turistica per le ferie dei dipendenti), palestra, minimarket, sala giochi, beauty farm, biblioteca e che organizzano svariati corsi per trasformare l'inferno del lavoro in un paradiso occupazionale all inclusive. Tra le top employer nostrane figurano nomi del calibro di Fiat, Luxottica, Ferrero, Nestlè, Technogim, ma anche un brand «artigianali» della moda come Cucinelli.

«In questi stabilimenti il tasso di assenteismo è passato da una media del 4,3% a meno del 2,9% - assicurano i ricercatori del Cfr Institute, il primo a condurre una ricerca analitica in questo settore -. Il 38% delle aziende t op employer offre ai propri dipendenti strutture sportive per favorire aggregazione e networking aziendale (tradotto: senso di appartenenza), un dato in crescita che registra circa un +2% ogni anno. Inoltre l'80% di queste aziende concede book benefit a carattere didattico (tradotto: buoni-libro per i figli dei dipendenti) e mummy budget per mamme lavoratrici (tradotto: bonus per servizi di babysitteraggio e acquisto di latte e pannolini)».

Tanto per fare un esempio la Technogym ha realizzato per i suoi collaboratori addirittura un villaggio (il giorno dell'inagurazione c'erano Napolitano e Bill Clinton) che mette a disposizione un programma di «benessere personale». Gli uffici sono dotati di wellness ball: la sedia della salute che «grazie alla forma sferica garantisce l'equilibrio fra muscoli addominali e lombali». Anche il ragionier Fracchia, negli anni '80, era solito «accomodarsi» al cospetto del suo capufficio (interpretato da Gianni Agus) su una specie di proto-wellness ball dalla quale, però, si accasciava puntualmente al suolo. Altri tempi. «Stiamo vivendo una fase rivoluzionaria - commenta Marco Predani, presidente di Assufficio -. Trascorriamo la maggior parte del tempo in ufficio, quindi è giusto trasferire servizi e opzioni all'interno del luogo di lavoro. In questo processo elettronica e arredo si uniscono per creare spazi felici dove contano benessere e qualità ambientale». Insomma, una sorta di «arresti domiciliari» dorati: ma non nel proprio appartamento, bensì presso l' address society (tradotto: l'indirizzo della sede aziendale).

MIRACOLI IN CUCINA

Lo sanno bene i 300 dipendenti della nuova sede Rainbow per i quali il fondatore, Iginio Straffi (creatore delle celebri bambole Winx), ha realizzato uno stabilimento avveniristico (all'inaugurazione c'era Fiorello) dove poter lavorare nel massimo confort. Un investimento da 18 milioni di euro, ma alla fine il risultato è una sede da 6mila mq fra spazi di lavoro e mensa, palestra, piscina, campi di calcio. Il tutto su un meraviglioso pendio da cui i dipendenti vedono ai lati opposti Loreto e Recanati. Della serie: anche l'occhio vuole la sua parte.

Ma le mamme lavoratrici vanno al sodo, ed è così che invidiano non poco le colleghe che lavorano in Mediolanum, Perugina e Nestlè, dove sono operativi i nidi aziendali eletti «migliori d'Italia». La Barilla, invece, può vantare il cooking team building più fragrante del Belpaese. «Si tratta di uno spazio unico nel suo genere - racconta Andrea Ceriani, formatore aziendale e docente alla Cattolica di Milano - che viene impiegato soprattutto quando un gruppo, sia di nuova formazione che consolidato, ha bisogno di una scossa d'adrenalina. I workshop si svolgono in cucina, ma non tutti ai fornelli. Il team building viene sviluppato anche utilizzando la metafora del vino, della musica e della pittura».

Ma cosa c'è alla base di questo nuovo fenomeno che sembra rimodulare in chiave moderna l'antico «mecenatismo» dei grandi gruppi industriali del dopoguerra? «Non parlerei di mecenatismo - spiega il professor Achille Pacilio, storico e giuslavorista -. Qui ci troviamo dinanzi a un ribaltamento virtuoso del concetto di “familismo amorale” introdotto dal sociologo inglese Edward Banfield. Lei sa da dove parte l'analisi di Banfield?». A dire il vero, no.

«Parte dalla convinzione di Tocqueville secondo cui nei Paesi democratici la scienza dell'associarsi è la madre di tutti gli altri progressi. “Associare” quindi sul luogo di lavoro i dipendenti - fidelizzandoli con l'azienda - azzera la conflittualità sindacale, facendo sentire il dipendente parte di una stessa “famiglia”. Chi mai, infatti, si sognerebbe di scioperare contro la propria “famiglia” che, oltre allo stipendio, ti prende per mano e ti accompagna anche a fare la spesa, ti offre il personal trainer, ti accudisce il bambino, ti porta in vacanza ecc. Ma attenzione. Si tratta comunque di benefit interessati, nel senso che a goderne sono anche i “padroni” che possono così contare su un personale “pacificato” con la proprietà e quindi predisposto a produrre di più e meglio».

COSA SI RISCHIA

Interessanti risultano pure i risvolti psicologici di chi è allo stesso tempo beneficiario e «schiavo» di un meccanismo che trasforma il luogo di lavoro in una capsula inglobante aspetti fondamentali della vita «esterna». «Non scindere l'ufficio dalla “casa” (intesa come l'insieme delle attività private che coinvolgono famiglia, amici, hobby, interessi) può risultare molto pericoloso - sostiene la psicoanalista Clara Alessi -. “Liberarsi” dall'ambiente lavorativo significa infatti conoscere nuova gente, interagire socialmente con nuovi stimoli, vivere input empatici. Certo, nessuno nega che prestare la propria opera nell'ambito di un'azienda che ti facilita l'esistenza (e il discorso riguarda soprattutto le donne) offrendoti al proprio interno un asilo, una palestra, uno spaccio alimentare, una boutique rappresenta una grande risorsa in termini di qualità della vita e ottimizzazione del tempo. Ma attenzione, se tutto si svolge vedendo sempre le stesse persone, “subendo” sempre gli stessi habitat, allora si corre il rischio di perdere il contatto con la realtà “vera” che è sempre quella “fuori” dell'ufficio, non quella delimitata dalle pareti di uno stabilimento foss'anche il più moderno e confortevole».

Problematiche che non riguardano i soddisfattissimi dipendenti di Google Italia, cui di recente è stata messa a disposizione la s ound room , dove possono riposarsi ascoltando il disco dei propri sogni. Tra le canzoni preferite, «Il cielo in una stanza», perfetta metafora musicale di tutte le aziende top employer . Profetico Gino Paoli: «Questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti...»; e poi: «Questo soffitto rosa no, non esiste più, io vedo il cielo sopra noi...». Peccato per quella scrivania. Proprio lì, nell'angolo.

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