A Cosa Nostra non servivano motivi speciali per pensare di uccidere dei magistrati come Falcone e Borsellino: le prime intenzioni, secondo i pentiti, furono maturate nel 1982 per Borsellino e nel 1980 per Falcone. A 34 anni esatti dalle stragi (oggi ricorre il 34° anniversario di Capaci) la loro collocazione storica non poggia soltanto sui processi che sono stati fatti, ma anche su quelli non fatti, o fatti male, o fatti parzialmente, o archiviati, soprattutto depistati: su questo, con un piglio che prima mancava (la precedente commissione grillina produsse un perfetto nulla), si sta concentrando la bicamerale guidata da Chiara Colosimo, che, assieme alla procura di Caltanissetta, si avviano a incidere nella pietra le ragione prevalente che uccise i magistrati a due mesi uno dall'altro, e che è questa: l'inchiesta Mafia e appalti, disinnescata e archiviata nei suoi effetti potenzialmente dirompenti (avrebbe anticipato Mani pulite a tangentopoli) proprio mentre i due magistrati saltavano in aria con le loro scorte. Se oggi la materia è ancora oggetto di scontro politico, è perché una parte della magistratura antimafia che depistò od occultò la verità (volente o nolente) è ancora in pista e lotta insieme a loro, i servi sciocchi che evocano sempre nuovi retroscena pur già archiviati dalla stessa Giustizia e dalla Storia. Già ieri il tribunale di Palermo era tappezzato di manifesti «Finché avremo voce: contro silenzi e depistaggi di Stato» riferita a una contro-commemorazione sponsorizzata anche dalla Cgil e avente oggetto anche «un'altra idea di società», «scuola e diritti sociali», «lavoro nero e caporalato», «infrastrutture di guerra e Ponti sullo stretto», oltre ovviamente al tentativo di «riscrivere la storia delle stragi facendo finta di non vedere i mandanti esterni».
Derive psichiatriche a parte, è noto che Falcone fu ucciso perché aveva istruito (sì) il Maxiprocesso con Borsellino, perché stava costruendo (sì) la Superprocura, ma soprattutto perché più di ogni altro sapeva leggere la mafia come potere, e, a tal proposito, concausa essenziale fu il dossier mafia-appalti in cui il sistema militare corleonese smetteva di essere solo un esercito criminale e diventava un sistema economico-politico-imprenditoriale. Falcone lo aveva capito, Borsellino, dopo Capaci, stava cercando di capirlo sino in fondo: un sistema di appalti pubblici che portava dentro imprese, enti regionali, mediatori, famiglie mafiose e referenti politici. I nomi non sono accessori. Ferruzzi, Calcestruzzi, Raul Gardini, Antonino Buscemi, la famiglia Buscemi-Bonura, Finsavi, Cava Billiemi, Angelo Siino, il sistema Sirap, le cave, le forniture, gli appalti regionali, Resuttana, Villabate, i subappalti, le protezioni. Il fascicolo arrivato da Massa Carrara nell'agosto 1991 già collega i mafiosi Buscemi al gruppo Ferruzzi-Calcestruzzi, e, secondo la ricostruzione della procura di Caltanissetta, mostra il punto in cui il mondo mafioso non è più solo estorsore, ma parte di interessi societari e imprenditoriali. Il tavolo era Mafia, politica e impresa: tre gambe. Una Tangentopoli con la pistola.
Il 15 marzo 1991, al Castello Utveggio, Falcone disse che la mafia era entrata in Borsa; in quei mesi il dossier mafia-appalti giunse alla Procura di Palermo e però poi si divise, si duplicò, si disperse sino a divenire un «buco nero» assegnato a Gioacchino Natoli, a Ignazio Sciacchitano e al pool antimafia. L'omicidio del democristiano Salvo Lima (marzo 1992) fu anche il segno che il vecchio patto non funzionava più: Cosa nostra non sparava solo ai nemici, ma anche
ai garanti falliti del sistema. È un periodo in cui Falcone fu isolato, attaccato e delegittimato anche da tanti colleghi, lasciato solo mentre la mafia cercava il salto di qualità.
Il 23 maggio 1992, a Capaci, vennero uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Riina ordina, la mafia esegue. Ma il movente non è mai uno solo. E diventa anche vendetta, prevenzione, intimidazione, destabilizzazione, soprattutto rimozione di chi era in grado di collegare maxiprocesso, politica, imprese e appalti.
Dopo Capaci, Borsellino non indagò mai formalmente sulla strage, ma cercò di capire: parlò coi Ros, con pentiti e confidenti, si mosse in un clima di sfiducia verso la Procura di Palermo e sapeva che Falcone aveva lasciato più domande che risposte. E, sempre più vicino al nodo, il fascicolo mafia-appalti venne tuttavia avviato a una parziale archiviazione, e lui saltò in aria. 13 luglio 1992, data chirurgica. Da un lato Borsellino che ragionava sul rapporto fra Lima, Falcone e appalti; dall'altro il dossier mafia-appalti che venne formalmente ridimensionato con firma di Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte. Il visto fu del Capo, Pietro Giammanco.
Tra gli archiviati Claudio De Eccher, Piero Catti De Gasperi, Antonino Buscemi e Antonino Spezia, soggetti che erano collegati ad Angelo Siino (ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra) e al cuore del sistema; ma anche, tra gli archiviati, Giuseppe Lipari, Rosario Equizzi, Puccio Bulgarella e Antonino Spezia. Non proprio nomi marginali, rispetto al tema mafia-appalti. Non proprio.