La rete degli antagonisti è entrata ufficialmente in azione. E questa volta lo ha fatto in modo organizzato, non in ordine sparso.
L’obiettivo è chiaro, ma soprattutto è stato esplicitato: mandare a casa il governo di Giorgia Meloni facendo vincere il no al referendum costituzionale per cui i cittadini saranno chiamati alle urne il 22 e 23 marzo. Anche se la premier è stata chiarissima: in caso di esito negativo l’esecutivo non è in discussione, non ci saranno dimissioni né le crisi e gli scenari apocalittici paventati dalla sinistra.
Roma, Milano, ma soprattutto Torino. Saranno questi gli epicentri principali delle manifestazioni di oggi, cui stanno aderendo ora dopo ora un numero crescente di sigle che non hanno nemmeno minimamente accennato al cuore della riforma, che rappresenta una svolta storica per mettere fine al sistema correntizio che nuoce in primis alla parte sana della magistratura che vorrebbe occuparsi del merito e non di mera appartenenza. Un fenomeno, quello delle piazze, che ci regala la fotografia circa la reale natura degli appartenenti al fronte del no.
A descrivere lo scenario in modo inequivocabile è il partito dei Carc, quello che, insieme al nuovo partito comunista «opera per costruire la rivoluzione socialista», come amano ricordare. Hanno aderito «perché si tratta di un importante appuntamento per rendere la campagna referendaria un’occasione per dare una spallata al governo Meloni. Questo l’unico reale obiettivo e la parola d’ordine che può spingere in avanti tutto il movimento popolare, l’unica reale ragione per il NO».
C’è chi, come Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista, ha addirittura organizzato un «tour per il no». La banalità del male in azione. Un metodo che farebbe rivoltare nella tomba chi, come il filosofo Bacone, teorizzava la presenza di una parte destruens e di una costruens.
Distruggere per poi ricostruire. Ma qui siamo dinanzi al no espresso in modo aprioristico. E, badate bene, ciò non avviene solo sul referendum, ma su ogni proposta che non provenga da qualcuno con la kefiah, con la bandiera della Palestina o da un membro di un centro sociale. E, purtroppo, hanno una straordinaria abilità nell’aggregare menti stanche e disilluse, facendo credere di essere loro una valida alternativa.
È un momento decisivo, perché rappresenta la prima volta in cui, in un’occasione elettorale, la mappa delle alleanze è così netta: anarchici, gruppi della sinistra extraparlamentare e mondo islamico. Tutti a loro volta spalleggiati dall’opposizione che siede in Parlamento. In comune hanno solo l’avversione per concetti come ordine, legge, disciplina, e la volontà di ostacolare le politiche di questo governo.
Al corteo della regione piemontese saranno presenti l’Anpi, l’Arci, le assemblee studentesche locali, i sindacati, Exctinction Rebellion, Docenti per Gaza, network antagonisti, Intifada Studentesca, Nur (l’associazione di Brahim Baya, il predicatore islamico divenuto frontman del no), i Gpi (che hanno indetto una piazza che inneggiava al 7 ottobre) e la rete pro Pal di Torino e dintorni.
Il mondo islamista, peraltro, gioca un ruolo numericamente centrale: ora che Mohammad Hannoun è in carcere con l’accusa di essere il capo di Hamas in Italia, a scendere in campo per il No sono stati il fondatore dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche) Roberto Hamza Piccardo e Baya, che ha dedicato molte delle proprie energie alla propaganda antigovernativa. Mentre il primo ha persino spiegato che un’eventuale vittoria del Sì non converrebbe alla comunità. Sì, ha usato proprio la parola convenienza.
Secondo quanto trapela da chi quell’ambiente lo conosce appieno, si teme che il panorama possa mutare in modo repentino con conseguenze su coloro che finora hanno goduto di una certa protezione. A maggior ragione dopo l’inchiesta sui terroristi palestinesi e dopo la richiesta di espulsione dell’imam di Torino Mohamed Shahin, rimasto in Italia proprio grazie a delle toghe torinesi. Accuse infondate, dispiegamento massiccio di forze e reclutamento di personaggi appartenenti alle sfere più improbabili: basterebbe questo per spiegare il fronte del No. Ma bisognerebbe anche chiedersi che cosa temono coloro che fanno tutto questo rumore.
«Io penso che si debba mantenere i toni bassi come ci ha chiesto più volte il presidente Mattarella». Dice proprio così ieri sera, in un incontro a Torino, il portavoce del Comitato per il No, Enrico Grosso. Lo stesso Enrico Grosso che la mattina era a Roma, ospite del congresso di Magistratura democratica, la corrente delle toghe rosse impegnata anche lei nella campagna contro la riforma della giustizia. E in quella sede Grosso si era lasciato andare a descrizioni inquietanti degli scenari che si aprirebbero in Italia se il prossimo fine settimana dalle urne uscisse la vittoria del Sì.
Ad essere a rischio, se passasse la riforma, sarebbe addirittura la vita dei cittadini: «La riforma Nordio non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini».
Spiegazione: «Per loro possono vedere drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei loro diritti». Quali diritti sarebbero a rischio, e per quale ragione, Grosso non lo spiega.
Non spiega neanche quale parte della riforma metta i giudici al servizio della politica, dice però «non voglio che i giudici siano ricondotti a quel modello di magistratura gerarchizzata, prona alla politica che la Costituzione ha voluto cancellare». Applausi a scena aperta dalla platea di Md. Ma immediata reazione dal fronte del Sì, per il quale toni e concetti dell’intervento di Grosso vanno esattamente in direzione contraria all’appello alla moderazione lanciato dal Quirinale. «Che avrebbe da dire il presidente della Repubblica - domanda Maurizio Gasparri, capogruppo alla Camera di Forza Italia - di fronte alle affermazioni stupefacenti di tale Grosso, che presiede il Comitato che fa riferimento all'Associazione nazionale magistrati?».
Per Gasparri «Grosso ha bisogno di comprensione. Il suo è oggettivamente un momento di difficoltà palese. Non sanno più che dire e devono inventare bugie stratosferiche».
Pierantonio Zanettin, anche lui parlamentare azzurro, dice che «Il comitato del No intravvede la sconfitta ed è disperato. Non si spiegano altrimenti gli argomenti, uno più sgangherato dell'altro, utilizzati in questa campagna referendaria. La novità di oggi, autore il professor Grosso, è che il Sì al referendum metterebbe addirittura in pericolo la vita dei cittadini italiani», mentre secondo il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto dire che col Sì sarà a rischio la vita dei cittadini «è una follia, una sciocchezza, lontana anni luce da qualsiasi analisi giuridica: è mera propaganda, grottescamente apocalittica» che si spiega solo con una «reiterata, perdita di controllo da improvviso eccesso di mediaticità» da parte del professore torinese. E Grosso fa spallucce: «Accusa che fa sorridere».
Sul ruolo di Grosso di portavoce del No- cioè del comitato diretta emanazione dell’Associazione nazionale magistrati - si erano sollevati dubbi già nelle settimane scorse, quando a un convegno era stato registrata casualmente la sua conversazione con il magistrato aostano Giuseppe Marra, giudice in un processo in cui Grosso è coinvolto: i due parlano proprio del processo in corso, e secondo il Comitato cittadini per il Sì la contiguità era tale che Grosso avrebbe dovuto dimettersi dal suo incarico.
Invece è rimasto al suo posto. E ieri arriva la seconda puntata, sempre sui rapporti tra Grosso e la magistratura: il docente è stato nominato membro della commissione per i referendum della Regione Valle d’Aosta, un incarico da 24mila euro all’anno. La nomina è decisa dal consiglio regionale ma su un listino bloccato (tre nomi per tre posti) indicato dalla Corte d’appello di Torino. Grosso era uno dei tre, e il consiglio non ha potuto fare altro che nominarlo (anche se con solo 16 voti su 35).
E i duelli che coinvolgono il ministro Carlo Nordio continuano quotidianamente. Ieri l’ultimo capitolo con l’aplomb del Guardasigilli, nel suo messaggio a Md: «Abbiamo idee diverse ma rispetto il dissenso».