Il Magritte di sangue blu nei saloni di Villa Savoia

La sera, quasi mai in via Veneto, ma più spesso fra la piazzetta di Capri e il bar Internazionale di Ischia, frequentava Guttuso, De Chirico, Auden, Moravia e la Morante. A Losanna, Luchino Visconti. A Parigi, sulla rive gauche, Auric, Cocteau e Salvator Dalì. Intellettuale raffinato, scenografo e costumista, Enrico d'Assia a dispetto del «sangue blu» di generazioni e generazioni di principi teutonici, sapeva essere leggero e ironico, interprete originale dell'élite culturale italiana degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Nato a Roma nel 1927, scomparso nel 1999, era un artista eclettico, soprattutto metafisico (aveva frequentato a lungo lo studio di De Chirico).
Secondogenito del principe Filippo d'Assia e di Mafalda di Savoia, Enrico ebbe un'infanzia felice fino all'età di 17 anni quando, all'indomani dell'armistizio firmato tra l'Italia e gli Alleati, dovendo la madre raggiungere il marito che, a insaputa della famiglia si trovava prigioniero del Reich in Germania, inviso al regime per i suoi legami di parentela con la famiglia reale Savoia, fu costretta a lasciarlo insieme ai fratelli Otto ed Elisabetta in Vaticano, in custodia dell'allora Monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI). Mafalda, come si sa, finì tragicamente nel campo di concentramento di Buchenwald, ed Enrico, dopo un periodo di prigionia nei campi degli Alleati, scelse di frequentare l'Accademia delle Belle Arti in Germania, e poi in Italia.
La totale devozione al mondo dell'arte lo ha aiutato a conquistare equilibrio e serenità gioiosa, che traspare nei suoi quadri. Molti dei quali saranno eccezionalmente esposti da oggi a domenica a «Villa Elena» (in via Salaria 263-265, dalle 11 alle 19, ingresso gratuito), in occasione della manifestazione «Arte Contemporanea nelle Dimore Storiche». Nei due saloni al piano terreno dell'edificio-dépendance di villa Savoia, un tempo ambulatorio e Mensa dei Poveri (entrambi voluti dalla Regina Elena), vi saranno quaranta guaches provenienti da collezioni private, raffiguranti paesaggi e ritratti in cui, per dirla con il critico Giuliano Briganti, «come nei quadri di Magritte il gioco lieve dell'intelligenza ed il fantasticare intervengono come agente trasfigurante sulle immagini».
Tra i lavori di Enrico d'Assia è rimasta memorabile la scenografia di una Turandot del 1965. Un’opera per la quale l’artista si espresse con particolare intensità, visto che sua madre, la principessa Mafalda, aveva conosciuto personalmente Puccini nel 1922 e che il maestro aveva manifestato l'intenzione di dedicargli l'opera (anche se non fece in tempo, perché morì lasciandola incompiuta). Recano la firma di Enrico d’Assia anche i figurini dell' Aida di Giuseppe Verdi del 1968, per la regia di Pierfrancesco Maestrini rappresentato al Teatro Comunale di Firenze. Il secondogenito dei d'Assia lavorò anche per il mondo del balletto, e si ricorda un Jeu de cartes su coreografie di Enrique Martinez e musica di Igor Stravinskij, nel 1970 rappresentato al Teatro dell'Opera di Roma. Scrisse infine un libro di memorie, pubblicato nel 1991 da Longanesi e intitolato Il lampadario di cristallo. Ricordi, spiegò, «che sono un po' come le rifrazioni della luce in un lampadario di cristallo: raggi di vita, memorie a volte vivaci e precise, oppure fosca nebbia».

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