Quasi in concomitanza col romanzo di Giuseppe Berto "Il male oscuro", uscito nel 1964, il cui successo fu tale da ritenere la psicoanalisi una scienza facile da divulgare, saggisti e critici della letteratura cominciarono a indagare i romanzi che affrontavano simili argomenti facendo riferimento alle teorie freudiane, applicandole al contesto letterario, col ricorso a procedimenti di tipo analitico.
Nacquero nuovi approfondimenti, in chiave psicoanalitica, di "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo, di "La cognizione del dolore", di Carlo Emilio Gadda, ma, in particolar modo, di "Il male oscuro" di Berto, il romanzo che, più degli altri, portò al centro della narrazione il complesso di Edipo, generato dal rapporto del protagonista col padre, oltre che dalla sua idea di libido che, a suo avviso, potrà sublimarsi non nella tendenza sessuale, ma in quella artistica, vista la sua ambizione di poter scrivere il capolavoro che gli avrebbe fatto conoscere la gloria.
La nevrosi che colpisce Bepi viene analizzata, da Berto, attraverso le fasi della sua vita passata, quella delle difficoltà economiche, della partenza volontaria in guerra, del lavoro di sceneggiatore cinematografico, colmo di incubi e ossessioni, del matrimonio non voluto, ed infine, della morte del padre.
A dire il vero, l'autore aveva sperimentato la cura psicoanalitica, tanto da documentarsi con letture che la riguardassero. L'argomento attrasse Mario Monicelli che ne ricavò un film con Giancarlo Giannini, Emanuelle Seigner, Stefania Sandrelli, optando per la nevrosi del protagonista, più che per la psicosi.
Giuseppe Di Pasquale ha deciso di farne una sua riduzione e curarne la regia, protagonisti Alessio Vassallo, Ninni Bruschetta, che debutta oggi, 7 aprile, al Teatro Menotti in prima milanese e resterà in cartellone fino al 12 aprile.
Il regista ha scelto di approfondire la vicenda di uno scrittore in crisi, segnato da infiniti sensi di colpa, motivati dal suo difficile rapporto col padre, con la sensazione di non riuscire a superare il trauma della malattia che lo condurrà alla morte, trauma che estende, come concausa, alla moglie, all'amante e che si concluderà con una atroce depressione, tanto da dover ricorrere alle cure di uno psicanalista.
Di Pasquale riconosce in lui forme di inettitudine che lo fanno somigliare a Zeno Cosini, anche se in forma più nevrotica. Ma, nello stesso tempo, utilizza la paradossalità di certe situazioni, per mettere in moto una comicità che rende la materia meno drammatica, fino a trasformare le frustrazioni del protagonista, affrontato da Alessio Vassallo con un certo distacco, in piacevoli divagazioni.
Di Pasquale sa bene che le malattie possono essere di due tipi, quella tragica che si può addolcire definendola "morbo crudele", con riferimento al cancro che ha colpito il padre e quella esistenziale che, certamente, procura meno dolore fisico, ma che si trasforma in angoscia e depressione, e che viene definita "male oscuro".
Il processo di identificazione col padre, sarà la causa scatenante dei sensi di colpa, dei quali l'inconscio diventa una sorta di deposito, un recipiente che solo la psicanalisi potrà svuotare.
A questo proposito, Giuseppe Di Pasquale ha giocato molto sul rapporto tra nevrosi e psicosi e su un procedimento umoristico che permetterà, al protagonista, di liberarsi della malattia, solo che l'attenderà un'altra disgrazia, il tradimento della moglie che avrebbe potuto procurargli un'altra nevrosi, felicemente scampata.