«Da manager a clochard e ritorno»

«Sì che si può», dice Angelo. Si può scendere, precipitare nel baratro, toccare il fondo e poi puntare i piedi per risalire. Si può essere manager con stipendio da capogiro, si può avere una compagna da amare e una bella famiglia, una bella casa, una bella macchina. E poi si può perdere tutto. La morte di un figlio e i carabinieri all’alba all'uscio di casa perché qualcuno, magari il tuo migliore amico, d'improvviso si rivela come il peggior nemico: per un’accusa di corruzione che solo in seguito si rivelerà infondata, ti ritrovi senza niente. Senza casa, senza soldi, senz’anima.
Un giorno Angelo Starinieri, classe 1938, comasco, pubblicitario di successo, anziché prendere il treno da Milano per tornare a casa dopo il lavoro e affrontare una vita sempre più ingarbugliata, getta la ventiquattrore e si siede su una panchina di piazzale Cadorna. «Sì che si può cadere. E si può anche risorgere», dice oggi. Angelo su quella panchina resterà a lungo: per tre anni diventa un clochard. Solo da un anno e mezzo a questa parte è, come dice lui, «tornato alla vita». Non è più l’«Angelo smarrito», che dà il titolo alla sua autobiografia, edita da Sperling & Kupfer e ora in libreria.
La barba bianca, i capelli raccolti indietro e il sorriso aperto, Angelo è un volto noto a Milano: da anni è strenuo difensore dei senza tetto, ha stretto feconde collaborazioni con il Comune per garantire alcuni servizi di base ai clochard, si è inventato rassegne culturali per raccogliere fondi e per aiutare «quelli persi per strada».
Angelo Starinieri, non le mancano le idee: dopo il libro, ora anche il teatro.
«Dal prossimo mese la mia storia diventerà un musical: sul palco ci saranno giovani attori professionisti, ballerini, un'orchestra e in un filmato che accompagna lo spettacolo compaio anch’io. La regia è di Giovanni Volpe e stiamo ultimando gli accordi per stabilire quale teatro milanese ci ospiterà. Il titolo sarà Angelo, quante volte un uomo».
Quante volte che cosa?
«Quante volte un uomo si perde, si smarrisce, cade e si ritrova su una panchina. Nessuno sceglie la strada, è la strada che ti sceglie».
Lei sulla strada è stato per tre anni.
«Capita così, che un giorno non vuoi più lasciarti vivere o che ti accorgi che esistono nodi che non puoi snodare, forse perché non trovi il tempo. La strada ti chiama, ti sceglie e tu accetti. Ci vuole coraggio anche per aspettare su una panchina, per dormire con cartoni come lenzuola. Il problema è che poi il tempo ti uccide, ti impigrisce. C’è chi comincia a bere, e inizia a morire dentro».
Adesso inizia l'inverno, la stagione più dura per chi non ha un tetto.
«Momento difficile. Il freddo attacca i polmoni e purtroppo chi beve ha spesso complicazioni derivate dalla cirrosi. Ogni anno qualcuno non ce la fa. Ci vuole motivazione per uscirne, una spinta. Ai milanesi chiedo di ascoltare, magari di guardare negli occhi questa gente, perché hanno più bisogno di un sorriso che di un euro».
Quando ancora viveva per strada lei aveva creato attorno a sé una «famiglia».
«In piazzale Cadorna ero ormai un punto di riferimento: cucinavo anche sei o sette chili di pasta per cena. Quando abbiamo preparato la famosa torta (che un paio d'anni fa fece entrare Angelo nel Guinness dei primati con 86 metri di dolce, ndr.) o venduto libri e quadri al mercatino, ho raccolto fondi per comprare tende e sacchi a pelo per i clochard di Milano. L'allora assessore Tiziana Maiolo mi diede un camper da usare come magazzino e riparo».
Oggi lei è tornato a una vita «normale».
«Faccio il consulente. Col mio lavoro finanzio progetti come il musical che servono a sensibilizzare la società sul problema dei senza-tetto. Ad alcuni miei compagni di strada ho trovato dei lavori come operaio o giardiniere: i clochard non hanno bisogno solo di una minestra calda, anche perché per fortuna ci sono tante organizzazioni a Milano che si preoccupano per questo. I clochard hanno bisogno di una motivazione per vivere. Ed è per loro che ho scritto il libro. Per dire che sì, sì che si può».
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