«Mandiamo Di Pietro a capeggiare la rivolta degli uiguri»

Caro direttore,
l'indignazione al risveglio, con la lettura dei giornali, è forte. Va di traverso anche il caffè. Ma ci stiamo abituando. Tuttavia il pugno allo stomaco, di totale disgusto e nausea (con relativo, forte disprezzo per il personaggio), me lo ha rifilato l'appello di Antonio Di Pietro alla «Comunità internazionale», pubblicato a pagamento sull'Herald Tribune, e con quattrini pubblici presumo, per sollecitare «la necessaria pressione per assicurare che i principi della libertà democratica e di indipendenza della Corte costituzionale siano sostenuti al fine di impedire che la democrazia in Italia si trasformi in una dittatura di fatto». Questo figliastro di un'Italia davvero democratica e tollerante, è il peggior prodotto che il made in Italy potesse esportare. Un figliastro che ci fa vergognare - questa sì è la vera vergogna del Paese! - di averlo avuto prima come poliziotto, poi come magistrato (ma i cervelli di Mani Pulite erano altri, Don Tonino era solo il braccio armato e violento di quel pool), addirittura come docente universitario (fortunatamente per brevissimo tempo), e ora come parlamentare della Repubblica. In tutti i ruoli e le fasi della sua luminosa carriera ha dimostrato di essere un bluff, di essere animato da uno spirito autoritario, dall'odio, dalla tracotanza, dalla prepotenza e dall'arroganza. Ma da tanta furbizia. E con un linguaggio che al confronto, quello dei vecchi camalli del porto di Genova (con tutto il rispetto) è prosa pura. Desta perplessità questo ex magistrato, che evidentemente non ha appreso bene il dettato della Costituzione, né i principi della democrazia. Oltre a quelli della grammatica e della sintassi. Basta questo perché tornino molte nubi sul suo passato di «eroe di Mani Pulite». Non voglio rubarti tempo e spazio, caro direttore, ma concedimi di fare una proposta: spediamolo, megafono in mano, nelle piazze dello Xinjiang a capeggiare la rivolta degli uiguri. Laggiù troverebbe i suo modello di democrazia compiuta. In cambio noi avremmo una certezza: aver esportato finalmente, e definitivamente, il peggio del made in Italy. Senza vuoto a rendere.
- Milano

Caro Antonio, amico mio, noto dalla tua lettera che sei parecchio alterato. E per far alterare una persona come te, buona e mite come pochi altri che ho conosciuto nella nostra disgraziata categoria professionale, ci vuole proprio qualcosa di pesante. Ci vuole Tonino, insomma. Spiace dovertelo dire, ma (te ne sarai sicuramente accorto) al nostro leader non è bastato comprare una paginata sull’«International Herald Tribune» per insolentire il nostro Paese (a proposito: sai quanto gli è costata? Pare 38mila euro. Un operaio, di quelli che lui dice di difendere, ci mette due anni a guadagnare una somma così...), no, ha voluto strafare e ha scritto pure una lettera al «Guardian» per scusarsi di Berlusconi «a nome di tutti gli italiani». Ma ti rendi conto? Ma come si permette? Scusarsi di che? E a nome di tutti gli italiani? Intanto cominci a toglierne uno: il sottoscritto. Io non voglio scusarmi con il «Guardian». E tu? Ti senti rappresentato all’estero da questo trattorista che frequenta la democrazia tanto quanto io frequento Monica Bellucci? Adesso dici: mandiamolo a capeggiare la rivolta degli uiguri. In effetti, potrebbe essere un’operazione interessante. Ma devi spiegarmi una cosa, caro Antonio. Evidentemente nel tuo peregrinare professionale per il mondo ti è successo qualcosa di grave che io non so: che cosa ti hanno fatto gli uiguri? Perché li odi a tal punto?

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