Il Marchionne americano che ha salvato la Ford senza i dollari dello Stato

Sergio Marchionne (Fiat-Chrysler), Alan Mulally (Ford) e Carlos Ghosn (Renault-Nissan) sono i tre mostri sacri dell’auto. I primi due sono in grande spolvero, il terzo ha invece perso lo scettro di manager invincibile dopo essere stato considerato per anni il numero uno mondiale indiscusso. In questo momento a contendere a Marchionne l’oscar di super manager è dunque rimasto Mulally, artefice del «miracolo Ford». La casa americana, che si appresta a incrociare i guantoni con la nuova Chrysler motorizzata Fiat, rispetto alla quale è riuscita a superare la profonda crisi Usa senza pesare sulle casse di Washington, sta raccogliendo i primi frutti della exit strategy by Mulally.
E il timbro di Moody’s, che ha appena rivisto al rialzo la valutazione sulla Ford a «Caa1» da «Caa3», con prospettive stabili, è da intendere come un forte segnale di incoraggiamento del mercato al gruppo di Dearborn. Ma i test non finiscono mai, e Mulally da questo mese dovrà dimostrare di saper vendere le auto con l’ovale blu anche senza la decisiva spinta degli incentivi. Un’impresa non facile visto che il piano-bonus, oltre che negli Usa, si è concluso anche in Germania, mercato chiave per la Ford che proprio sul suolo tedesco, a Colonia, ha la sua filiale al di qua dell’Atlantico.
Californiano, 63 anni, ex capo della Boeing, dove ha prestato servizio per 40 anni, l’«anti Marchionne» Mulally ha davanti a sé un futuro per certi versi simile a quello del suo rivale italo-canadese. Al presidente Bill Ford, il quale nei giorni scorsi ha dichiarato che «Alan può rimanere con noi fino a quando vuole», il ceo Usa che come Marchionne ha l’abitudine di varcare la soglia dell’ufficio prima delle 6 del mattino, ha ammesso che l’ipotesi è realizzabile («rimango volentieri»). Un botta e risposta a distanza tra la proprietà (John Elkann) e il manager-pupillo (Marchionne), al quale si è assistito in più di un’occasione pure a Torino. Anche gli Stati Uniti, dunque, hanno il loro uomo delle missioni impossibili. E se Marchionne ha saputo rianimare una Fiat agonizzante a tempo di record, tornando a porre al centro del business il prodotto, privilegiando la meritrocrazia all’interno del gruppo ed evitando con cura distrazioni salottiere, il suo rivale del Michigan ha appena annunciato che il secondo trimestre vedrà la casa americana ritrovare l’utile. Anche per Mulally, poi, il percorso dal suo insediamento (nel 2006) a oggi è stato compiuto a una velocità quasi supersonica. Ma anche una buona dose fortuna non è mancato al papà del Boeing 777 che ha sta per lanciare la «piccola» Fiesta negli Stati Uniti.
La sfera di cristallo, finora, non ha mai tradito Mulally: le decisioni prese (tagli, dismissioni, finanziamenti, eccetera) sono sempre arrivate al momento giusto. Emblematico, in proposito, il tempismo con il quale Mulally ha ceduto Land Rover e Jaguar al gruppo Tata. Poche settimane dopo aver firmato il contratto, la crisi economica mondiale è esplosa in tutta la sua gravità. Ancora qualche settimana e l’affare sarebbe sicuramente saltato. Marchionne, dal canto suo, ha colto al balzo la pesantissima impasse americana per far propria - senza sborsare (per ora) un dollaro - la moribonda Chrysler. Un colpo da maestro che ha spiazzato il mercato e creato un precedente forse irripetibile (lo stesso approccio del top manager Fiat non ha avuto successo nel lungo tira e molla tedesco-americano per la Opel). E anche nei rapporti con le autorità i due «big» si assomigliano: Mulally non ha avuto problemi a bacchettare l’amministrazione Obama, rea di voler imporre entro il 2016 limiti alle emissioni e ai consumi «troppo onerosi», ottenendo dalla Casa Bianca alcune concessioni. Chi non ricorda, in proposito, la requisitoria di Marchionne contro il regolamento dell’Unione europea sulla CO2, definito «un bluff senza senso»?
Negli Stati Uniti descrivono Mulally come tenace e infaticabile, pronto anche a telefonare personalmente a un cliente preso a campione e ringraziarlo per aver acquistato una Ford, optando magari per un motore ibrido. Anche Marchionne è instancabile (l’incontro di sabato con i suoi manager, il primo dopo le ferie, è durato 12 ore) ed è meglio che i concessionari americani della Chrysler comincino a memorizzare bene le sue sembianze.
Anche a loro, prima o poi, capiterà di vedere entrare nello show-room un signore con un pullover nero intenzionato a comprare una macchina. La conferma del mandato dipenderà da come il «cliente» sarà trattato.

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