Il 25 aprile è "festa nazionale", festa di tutti gli italiani. Purtroppo questa affermazione non è suffragata dalla realtà. Resta un auspicio. Sono passati più di ottant'anni dalla caduta del fascismo, la generazione dei partigiani combattenti è uscita di scena e, ciò nonostante, la festa del 25 aprile continua ad essere - anzi lo è oggi più di prima - fonte di aspri contrasti. Sarebbe bene che, una buona volta, ci chiedessimo con onestà intellettuale quali sono le ragioni profonde di tale persistente divisività della ricorrenza.
Il 25 aprile fu scelto come data simbolo della nuova Italia, libera e democratica, perché in quel giorno del 1945 fu proclamata a Milano dal Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia l'insurrezione generale. Ogni nuovo regime che si affaccia sul balcone della storia necessita di una legittimità ad esistere. In attesa di guadagnarsela con l'azione futura, al suo esordio la può trovare solo nel passato che vanta. Serve un evento, una data che simboleggi la validità/necessità del cambio politico consumato. Gli Stati Uniti l'anno individuata nel 4 luglio 1776, quando fu pronunciata la Dichiarazione d'indipendenza dalla Gran Bretagna, la Francia nel 14 luglio 1789, giorno della presa della Bastiglia che segnò la fine dell'assolutismo. L'Italia, a ragione, scelse come data simbolo il 25 aprile 1945. Perché poi questi atti di rottura della continuità storica si consolidino nella memoria collettiva come passaggi provvidenziali c'è bisogno che si riesca ad offrirli alla comunità nazionale come un orizzonte identitario, non conflittuale ma inclusivo.
È proprio questo percorso che in Italia si è presto inceppato. Si è inceppato per ragioni insieme storiche generali e ragioni politiche specifiche. Non erano passati due anni dalla fine della guerra che il fronte delle potenze (Usa, Inghilterra, Unione Sovietica), cui si deve la liberazione dell'Europa dal nazifascismo, si rompe. È l'avvio della guerra fredda. Una pari logica conflittuale investe, anche a casa nostra, il fronte dei partiti attori della Resistenza. Le dissonanze ideologiche e politiche, che fino alla caduta del fascismo erano state tacitate dalla necessità di serrare le file per reggere l'urto del nemico, riemergono. Cambia il significato che ciascuno dei due opposti fronti attribuisce al 25 aprile. Per De Gasperi la Liberazione segna la sconfitta del disegno totalitario mussoliniano e insieme l'avvio dell'edificazione di una liberaldemocrazia; per Togliatti la Liberazione è la premessa e la promessa di una nuova società da cui sia sradicato definitivamente il fascismo. "O la Repubblica sarà socialista o non sarà" proclama alla vigilia del voto del 2 giugno del 1946 il leader del Psi Pietro Nenni.
Perché "l'Italia nata dalla Resistenza" si potesse incontrare con "l'Italia uscita dalla sconfitta" c'era una condizione da rispettare: che non si facesse "militanza di partiti", ma che al contrario la nazione si riconoscesse solidalmente nei valori unificanti di libertà e di democrazia. Non solo. Avrebbe dovuto pure valorizzare quel "significato morale di una resistenza diffusa che - ha affermato lo storico Pietro Scoppola - fu evento corale di tutta la nazione". Sarebbe stato l'unico modo per sciogliere l'esperienza storica della Resistenza "in un più alto senso di cittadinanza democratica". Non ha giovato al fine di saldare una memoria condivisa della lotta di liberazione la sua valorizzazione come ribellione di una minoranza mossa da un intento palingenetico. Avrebbe dovuto invece ricomprendere nella categoria della Resistenza, accanto a quella "armata", anche quella "disarmata" come avrebbe poi autorevolmente auspicato il presidente Ciampi. Avrebbe dovuto recuperare dall'oblio quel largo fronte, fatto di internati militari, di deportati, di renitenti, di disobbedienti a vario titolo della Repubblica di Salò, nonché di civili che avevano condotto la loro "resistenza passiva" aiutando soldati italiani sbandati, prigionieri inglesi o americani fuggiaschi, ebrei ricercati o sfollati di ogni tipo. Furono migliaia i militari inquadrati nelle file dell'esercito fedele al Regno del Sud. E ancora: imprecisabile ma preponderante fu il mondo popolare che, se non aderì alla guerra di Liberazione, animò comunque una sua "lotta" alla guerra fascista.
Non si è cercato, insomma, di elaborare una memoria inclusiva e condivisa della Resistenza, allargando il più possibile la sua ala fino a comprendere le più diverse, molteplici esperienze, coeve o passate, assimilabili in maniera tale da arricchirne le matrici ideali e le culture di riferimento. Tanto meno, ci si è preoccupati di recuperare ai valori della democrazia i vinti, finiti e, in gran parte, loro stessi confinatisi - nel ghetto degli "esclusi". Il richiamo ideale all'antifascismo dei "pochi ma buoni" che nel corso del ventennio non si sono piegati al regime è stata la scelta più rivelatrice da questo punto di vista. Ha avvolto, sì, di un alone di eroismo le sue scaturigini, ma ha finito per corroborare l'idea che la Resistenza, lungi dall'essere stata la scelta "della libertà con e oltre l'antifascismo", avesse comportato una consapevolezza ed una moralità inevitabilmente di "pochi". Pochi contrapposti ai "molti". Pochi, fautori di un rinnovamento profondo del Paese opposti ai molti che quel progetto politico non condividevano. Pochi, che in nome di un futuro di giustizia e di eguaglianza erano portati a solidarizzare con i molti "esclusi" della società capitalista e i moltissimi "dannati della terra" di tutto il globo. Pochi, che hanno raccolto poi il testimone da quella minoranza eroica per continuare a lottare contro un ordine internazionale colpevole di aver perpetuato il dominio dell'Occidente sul Terzo e Quarto Mondo.
Non sorprende quindi che alla festa del 25 aprile di quest'anno sia stata negata la partecipazione alla Brigata ebraica. Non conta che essa sia stata protagonista della lotta di liberazione dal nazifascismo. Conta che sia diventata il simbolo di un Occidente colonialista, sopraffattore di un popolo cui non si riconosce il diritto a dotarsi di un proprio Stato. Sull'altare di questa legittima aspirazione dei palestinesi si finisce col rifiutare quello stesso diritto al popolo ebraico, tradendo con ciò i valori della libertà e della democrazia, emblemi della Resistenza. Ne consegue un capovolgimento dei valori cardine della lotta di liberazione. Il suo retaggio finisce per non essere più la difesa della libertà e della democrazia, bensì la lotta contro l'Occidente che avrebbe usato quei valori da schermo dietro cui nascondere la perpetuazione del suo dominio sul mondo. In questo modo si offusca il nazismo dei regimi sanguinari, oppressori dei propri popoli e promotori di guerre espansionistiche. Nazisti non sarebbero l'Iran, Hamas o la Russia di Putin, ma Israele, gli Usa, l'Ucraina.
A tanto si è giunti nel valorizzare un presunto portato rivoluzionario della Resistenza. Difficile che su tale declinazione dell'antifascismo si possa costruire, come invocano i sinceri democratici, una memoria condivisa della Liberazione. Perché il 25 aprile diventi la festa di tutti gli italiani (democratici) bisognerebbe sviluppare a pieno le sue potenzialità inclusive, dove nessuno (salvo ovviamente i suoi nemici) si senta escluso.
Aveva ragione il comunista Giancarlo Pajetta a far presente ad un suo collega deputato del Msi che se poteva godere dei dritti democratici (e sedere in parlamento) era proprio grazie alla Resistenza. Ma si riferiva alla Resistenza come promotrice di libertà e di democrazia e non di altra cosa che risulti conflittuale e discriminatoria.