"Mi chiamano Angelica e questa è la mia storia"

Ecco il Prologo del romanzo a due voci di Vittorio Macioce. Nel segno di Ariosto

"Mi chiamano Angelica e questa è la mia storia"

Di me ti diranno che sono una perdente, una che non sapeva dove andare e troppo in fretta ha rinunciato ai propri sogni. Ho un anello che rende invisibili e permette di distinguere il vero dal falso. È il potere magico più inutile che si possa immaginare. Qualcuno lo vuole?

Sono in questa piazza che ha per ombelico un pozzo, le mura di pietra di una locanda alle spalle e davanti un teatro improvvisato senza quinte e senza sipario. Il paese potrebbe chiamarsi Roncisvalle. È il luogo dove inizia il cammino di Santiago. Attira viandanti e peccatori, con il passo degli affamati e i sorrisi della festa. Ci sono anche io, pellegrina tra i pellegrini. Sto qui, come un'apparizione, sospesa tra le linee del tempo. La mia condanna è restare in questo limbo, a scontare l'eternità.

Eccomi, allora. So che mi cercavi e non mi interessa sapere chi sei. Uno dei tanti, presumo. Uno che dice di essere innamorato di me.

Una compagnia di giro si ostina a raccontare una vecchia storia: le donne, i cavalieri, le cortesie, le audaci imprese. Parlano di me. Mi guardo negli occhi di un'altra e non mi rassomiglio. È come sentire la propria voce e scoprirla sgraziata, stonata. Non faccio altro che scappare avanti e indietro. Appaio e scompaio, una lucciola. È l'unica cosa che so fare. Cerco solo qualcuno che mi faccia sentire vera.

Roncisvalle è una leggenda. È qui che lui è morto. Da eroe, dicono. Non che a me importi più di tanto, ma il mio nome è legato al suo: la bella Angelica e il prode paladino. Non siamo mai stati una coppia. Si chiama Orlando e si è innamorato di me fino a impazzire. Capita, no? Non è né il primo né l'ultimo che ha ricevuto un «no» sulla faccia e invece su questo due di picche hanno disegnato un intreccio di storie, avventure e personaggi. Mai viste tante corbellerie.

I cantastorie parlano della guerra per dirti di altro. Raccontano che odoro di terra e sale, come le strade dopo un acquazzone. Vengo da lontano e porto sui vestiti qualcosa di sconosciuto, impudico, straniante. Sì, sono la straniera, l'improvviso che smuove la solita allegria, quando ormai sono tutti ubriachi e cercano una nuova scusa per azzuffarsi ancora.

Le parole mi hai detto si tendono, si lacerano e talvolta si spezzano, incespicano, imputridiscono, non stanno al loro posto, non restano ferme. Io parto per dare una cura alla trama sbiadita. Dov'è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov'è il giardino dove ogni amore sfiorisce? Dov'è la terra dove gli sfiniti trovano pace? Parto senza bagagli, nuda, per attirare su di me le storie di chi mi insegue e riannodarle. Io sono la Luna che si tuffa nel nulla, la figlia maledetta della seta che si avvolge e sparisce.

Non fuggo più. Aspetto e conto le parole sussurrate alle mie spalle e accarezzo le mie gambe, seguendo il corso delle vene, e mi domando quali siano troppo vecchie e quali avvelenate. Non ho nulla da perdere se non questo corpo che mi va largo come un vestito sformato dall'uso. Ne distinguo i segni, ma riconosco solo i miei, solo quelli che mi assomigliano. Il resto sono cicatrici, e non le ho cercate. La parte più reale di me è l'odore. Mi segue, mi suda, si riflette nei miei umori, ride, sospira, s'intristisce all'improvviso e urla, maledice, mi fa fertile o impura. Seduce e lascia traccia della mia paura. Sono fata e selvaggina. L'odore non mente, la pelle sì, perché è stoffa con infinite trame: la tua, la mia, come sei, come ti sogni, come ti vedi, come ti immaginano gli altri.

La pelle è la bugia di un racconto. Chissà se sono mai stata davvero bionda.

Nessuno saprà mai il mio vero nome. Mi chiamano Angelica e questa è la mia storia.

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