La microchirurgia salva il cuore

Cresciuto con i cartoni animati degli anni ’80 a buone dosi di macchine che costruite dall’uomo si ribellavano e tentavano di conquistare il mondo schiacciando il genere umano, ammetto che una volta raggiunto l’Iit e capito su cosa stanno lavorando i ricercatori un po’ d’ansia mi è venuta. Digiuno totale di approfondite conoscenze scientifiche, mi è sembrato quasi che l’Istituto italiano di tecnologia fosse una sorta di laboratorio segreto dove si lavora per cospirare contro l’umanità e sostituirla con macchine perfette. Giuro, le cose non stanno così.
Era solo l’ignoranza del cronista che, mista alla curiosità, mi ha portato a passare un’intera mattinata di luglio in compagnia di un pool di ingegneri (tra i quali il direttore di Ricerca Giulio Sandini) per comprendere cosa sia e come funzioni l’Istituto italiano di tecnologia, peculiarità della ricerca italiana che ha sede a Morego, in Valpolcevera. Si tratta di una fondazione istituita congiuntamente dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e dal Ministero dell'Economia, con l'obiettivo di promuovere l'eccellenza nella ricerca di base e in quella applicata e favorire lo sviluppo del sistema economico nazionale. A Morego ruota tutta intorno a iCub, questo il nome del progetto e del prototipo: un robottino alto più o meno settanta centimetri, un insieme coordinato di parti del corpo umano riprodotte fedelmente attraverso la robotica. Tra le tante parti che si stanno studiando e perfezionando c’è quella della strategia del movimento. Detto in parole povere si sta tentando di dotare il robot di un «cervello» il più possibile simile a quello umano il cui braccio, ad esempio, non compia solo una manovra meccanica ma sappia riconoscere ostacoli che esistono sulla sua traiettoria, o in che posizione è messo l’oggetto che deve afferrare.
Così si sono serviti di me. Meglio, anche di me come di altre decine di «cavie umane» (spesso studenti universitari di corsi attinenti alle ricerche dell’istituto) per capire come la percezione di un oggetto esterno venga captato dal nostro cervello. Ho passato un’ora e mezza davanti ad una lavagna luminosa in compagnia di due ingegneri che hanno studiato i movimenti del mio braccio, la velocità e i riflessi attraverso quelli che in termine scientifico definiscono «markers», cioè piccole palline rivestite di catarin frangente e attaccate al corpo con un nastro adesivo che mi sono state applicate sull’orecchio, vicino all’occhio destro, sulle spalle, nel gomito sul polso. Esercizi all’apparenza banali ma che costituiscono un importante banca dati per lo studio di iCub servendosi di alcune telecamere ad infrarossi che, attravesro i «markers» segnalano i movimenti del braccio su uno schermo in tridimensione. Per un profano come me, è stato quasi come stare davanti ad una console di videogame. Con questo robot, insomma, si tenta di andare oltre, superare la logica attuale: si inseriscono degli input non per generare semplicemente output standardizzati, ma perché questi siano studiati dalla macchina attraverso calcoli matematici. iCub non è un semplice studio nato per costruire un macchinario simile all’uomo, dietro ad ogni pezzo di questo robot ci sono passi avanti nella ricerca applicata soprattutto al campo biomedico: da questi studi possono nascere applicazioni per la realizzazione di protesi o per lavorare su Parkinson o altre patologie neurologiche.
I quattro ambiti principali di ricerca dell’Iit sono: neuroscienze, robotica, nanobiotecnologie, scoperta e sviluppo di nuove terapie. Lo scopo finale è sviluppare queste discipline per i settori manifatturiero, medico- chirurgico, della sicurezza e dell’ esplorazione dello spazio. Tutto viene deciso in team, ogni risultato è frutto di ragionamenti coordinati tra i quasi quattrocento ricercatori. Non tutti italiani. Anzi, solo un terzo del personale è selezionato tra professionisti di casa nostra, per un altro terzo si è deciso di «richiamare» in Italia cervelli finiti all’estero, mentre l’ultimo terzo è formato da studiosi stranieri. Alle menti scientifiche si affiancano anche antropologi e psicologi. Questa realtà internazionale appare però nascosta alla città, quasi sconosciuta. In verità da tempo lavora e interagisce sia con l’Università di Genova sia con l’azienda ospedaliera del San Martino fino a fornire consulenze anche per aziende del settore biomedicale nonostante la sua funzione abbia un respiro molto più ampio. Così come chi lavora all’Iit: tutti o quasi si radicano nel tessuto urbano genovese e hanno preso casa con le loro famiglie in Valpolcevera. Una realtà in «inarrestabile espansione», come la definiscono dall’interno, che avanza grazie ai contributi europei arrivati proprio per realizzare il progetto iCub, prototipo che spesso viaggia per studi di ricerca in università di Inghilterra, Giappone e Stati Uniti. Ci abbiamo messo solo un piede dentro per fare considerare un altro pezzo di una Genova sconosciuta ai più.

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