di Marco Lombardo
Ho conosciuto anchio il diavolo. Non so se quel giorno vestisse Prada, ma ricordo perfettamente - e con me molti altri - il giorno in cui Anna Wintour arrivò e spinse. Era il giorno di una sfilata di moda a Milano, pioveva e cera calca allingresso (perché allingresso delle sfilate cè sempre la calca): a un certo momento siamo appunto stati tutti spinti, erano dei bodyguard, uno dei quali reggeva pure un ombrellino. Sotto cera lei, il direttore (il maschile è dobbligo) di Vogue, la donna che nel Paradiso della moda siede vicino a Gesù Cristo, naturalmente sulla poltrona più alta. Il problema è che il Padreterno non spinge mai, mentre Anna Wintour - o meglio, i suoi angeli custodi - sì. Perché comunque se lo può permettere. Anzi: glielo lasciano fare.
E così ha spinto anche questa volta, con una semplice telefonata dallAmerica con la quale ha trasformato la settimana della moda di Milano in una sei giorni dove i marchi fanno a pugni per guadagnarsi la mezzora di gloria. Anzi quattro, perché di più lei non poteva proprio. Ed ecco allora che tutte le griffe hanno obbedito: la settimana dei big durerà da giovedì 25 a domenica 28. Gli altri in periferia.
Insomma: questa è la moda e la Wintour ne è diventata la proprietaria assoluta, sarà il suo carisma, sarà il suo curriculum, inaugurato a sedici anni sedendosi davanti a Diana Vreeland, allora lei direttrice di Vogue America. Domanda: «A che posto ambisci qui dentro, ragazza?». Risposta: «Il suo». Leggenda? Forse. Ma anche oggi, che di anni ne ha 60, sulla Wintour se ne raccontano a decine, naturalmente sottovoce, perché dopo che si è fatta largo a colpi di spinte e si è seduta in prima fila alle sfilate, gli occhi sono tutti per lei: basta unalzata di sopracciglio e milioni di dollari di budget vanno in fumo. Ecco perché allora il problema si è rovesciato: non è il made in Italy che inventa la moda ma è Vogue America che la distrugge.
Ogni giudizio della Wintour in pratica è legge, ogni regola non ha eccezioni, ogni telefonata è un ordine. Sul suo giornale, ad esempio, non compaiono mai persone in sovrappeso: perfino Oprah Winfrey, praticamente la regina tv degli Stati Uniti, fu costretta a una cura dimagrante prima di poter essere fotografata dai collaboratori di Anna. E non a caso su di lei è stato cucito appunto il film Il diavolo veste Prada, anche se la Wintour sullargomento minaccia querele e con ragione: la finta direttrice interpretata da Meryl Streep era cattiva, ma non come lei. La Streep infatti non avrebbe mai cacciato una modella taglia «xs» dicendole che è troppo grassa per mettere i suoi vestiti. Per poi aggiungere: «Che male cè? Il problema americano non è lanoressia, ma lobesità».
Ecco, dunque: la donna da due milioni di dollari lanno (più 200mila di budget per comprarsi i vestiti) ha schiavizzato tutto il mondo della moda, compresa quella di Milano, il cui calendario - con grande disappunto della Camera Nazionale della moda - è stato aggiustato con una semplice telefonata. «Ho lagenda piena, ragazzi: adeguatevi». E non bastano le rimostranze delle ultime ore, quelle di Diego Della Valle prima («Anna è mia amica, ma io dico che dobbiamo tirare fuori un po di orgoglio da italiani e dire che le decisioni nostre le prendiamo noi!») e quelle del sindaco Moratti poi: «Vogliamo che nessuno anche se si chiama Anna Wintour possa permettersi di fare e disfare il nostro calendario». Il problema è un altro, si chiama legge del mercato ma pure carisma da star, se gente come Armani, Versace, Dolce & Gabbana e - guarda un po - Prada, decidono di stringersi pur di lasciare il posto libero alla Wintour e al suo sopracciglio. Perché i loro vestiti saranno bellissimi, ma se ad Anna non piacciono sono guai.
Di chi è la colpa dunque? Forse è vero: bisogna tirare fuori lorgoglio, in fondo la moda labbiamo inventata noi e labbiamo esportata in tutto il mondo.
Milano sfila solo ai piedi del Diavolo
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