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Maria Vinci, la Maremma che somiglia alla Borgogna

L’azienda di Alessia e Patrizio Messina si trova a pochi chilometri da Capalbio, in una natura selvaggia e indomabile nella quale i due, con l’aiuto dell’enologo svizzero Alain Bramaz, producono un bianco a base Chardonnay dallo spiccato stile francese e un rosso non ancora uscito sul mercato che è un super-blend di sette vitigni differenti

Maria Vinci, la Maremma che somiglia alla Borgogna
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Nel tratto più meridionale della Toscana, dentro i confini della Maremma DOC e a pochi chilometri da Capalbio, la tenuta Maria Vinci si muove su un crinale che è insieme geografico e progettuale: da un lato la dimensione agricola classica, dall’altro una costruzione recente, ragionata, che prova a mettere ordine in un paesaggio rimasto a lungo ai margini.

Il punto di partenza è un altopiano a circa venti chilometri dal mare. Cinquantatré ettari che alternano boschi, uliveti e un lago stagionale, più vicino a una zona umida che a un elemento ornamentale. D’inverno si gonfia, d’estate si ritira, lasciando spazio a canneti e fauna selvatica. Un contesto che non ha bisogno di essere raccontato come “incontaminato”: è semplicemente rimasto com’era, con tutto ciò che comporta in termini di gestione.

La storia recente comincia nel 2010, quando Alessia e Patrizio Messina, due siciliani che vivono a Roma e che sono appassionati di vini, intercettano nel corso di una vacanza questo terreno semiabbandonato. Una casa diroccata, una vecchia scuola contadina, pascoli e tre nuclei boschivi. E una quercia, con un’altalena appesa a un ramo: immagine quasi troppo perfetta per essere vera, ma sufficiente a definire un immaginario che diventerà poi simbolo aziendale. Da lì prende forma l’idea di tornare all’agricoltura, riallacciando un filo interrotto con l’esperienza siciliana della famiglia, precedente alla Seconda guerra mondiale.

L’impianto produttivo arriva nel 2011. Prima i vigneti: quattro ettari su un pendio esposto fino al tramonto, suoli sassosi e argillosi. La scelta iniziale cade sullo Chardonnay, vitigno che in Maremma non è esattamente una rarità ma che qui diventa banco di prova per misurare il comportamento del terroir. Poi l’estensione: Sauvignon Blanc, Cabernet Sauvignon e Franc, Carmenere, Marcelan, Nero d’Avola, Sangiovese, Syrah, Grenache. Un catalogo che racconta la volontà di esplorare più registri prima di trovare una sintesi.

Parallelamente nascono gli uliveti — Frantoio, Leccino, Leccio del Corno, Pendolino — e più di recente, nel 2023, una tartufaia su quattro ettari di bosco, divisa tra nero pregiato e nero estivo. Un’ulteriore diversificazione che segue una logica ormai diffusa: integrare reddito e rafforzare l’identità agricola.

Il principio dichiarato è noto: “Il vino si fa in vigna”. Tradotto, significa lavorazione orientata al biologico, attenzione alla fertilità del suolo, controllo delle rese, raccolta manuale e selezione rigorosa. Un approccio che oggi è quasi uno standard per chi vuole posizionarsi su una fascia medio-alta, ma che qui trova una coerenza concreta nella gestione complessiva del terreno.

Il passaggio decisivo arriva nel 2024 con il completamento della cantina. Struttura in parte interrata, ricavata nel pendio per sfruttare l’inerzia termica naturale e ridurre i consumi energetici. Dentro, tutto converge: produzione, affinamento, logistica e accoglienza. Un impianto pensato per lavorazioni per parcella e per varietale, con affinamenti in barrique di rovere francese, primo e secondo passaggio, prima dell’assemblaggio finale.

Non è un dettaglio secondario il supporto tecnico avviato tra il 2018 e il 2019 con gli svizzeri di Globalwine Consulting e l’enologo Alain Bramaz, che ha contribuito a indirizzare le scelte successive, affiancando la struttura familiare guidata da Patrizio e Alessia Messina con l’amministratore Matteo Turibio e il direttore Carmelo De Marco.

Tra i vini, lo Chardonnay Maria Vinci, che ho assaggiato nel corso del recente Vinitaly, resta il riferimento iniziale e, in qualche modo, identitario. Fermentazione e maturazione in barrique francesi per circa un anno, sei mesi di bottiglia, profilo che gioca tra fiori bianchi, agrumi e una nota di nocciola tostata. In bocca punta su equilibrio e sapidità, con una struttura che evita eccessi.

Un bianco costruito secondo un modello riconoscibile, che si ispira alla Borgogna e che pur essendo giovane di concezione è già nato parecchio grande. E in arrivo c’è un rosso altrettanto ambizioso, il Sette Querce, un superblend di sette tipologie molto lontane dalla tradizione toscana. Un vino che attendiamo con grande curiosità, viste le premesse.

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