Ad Agrate con 400 negozi il mega magazzino cinese

L'imprenditore dei supermercati «panda verde» punta a decongestionare l'affollata Chinatown

Lucia Galli

Agrate Un'altra Chinatown. Ordinata, con meno traffico, più servizi e sorrisi per tutti. Ad Agrate, a ridosso dai caselli di tangenziali e autostrada, si fa il conto alla rovescia. In mandarino e in bresciano. Si, perché gli operai orobici ormai masticano parole di cinese, mentre lui, Chen Wenxu, per tutti è da tempo «il Sandro». Quello che a Brescia arrivò poco più che ventenne da un paese a Sud di Pechino, a tentare fortuna nel Belpaese. Una moglie, dalla Tigre cinese alla leonessa lombarda, «Chen Wenxu da Brescia» ha fatto le cose con calma e instancabile fermezza. Il nome scritto anche su una guglia del Duomo con l'associazione degli imprenditori cinesi che ha donato 100mila euro. Oggi, all'alba dei 40 anni, può contare nel curriculum su un impero leader nel centro Nord Italia che dal 2004 conta 31 punti vendita. I supermercati Aumai, quelli del «panda verde», danno lavoro a 450 persone con un volume di affari di 55 milioni. A Milano le sue vetrine hanno aperto nel 2009 e un anno fa si sono insediate al posto della storica Coin di piazzale Loreto. Poi, nel 2012, è arrivata la grande idea, l'unica possibile: provare ad alleggerire il «traffico» di via Paolo Sarpi, offrendo ai grossisti un'alternativa logistica più strutturata.

In periferia sì, ma in zona strategica. Il suo «Centro ingrosso Cina» sarà anche più grande del comparto cinese del Girasole di Lachiarella, nel pavese e aprirà i battenti il prossimo autunno, su un'area di 32mila metri quadrati. Là dove un tempo una fabbrica chimica si arrese, delocalizzando in Spagna, «Sandro» ha rilanciato e investito in Italia, costruendo una struttura ex novo: 400 negozi di grandezza modulabile, dai 60 ai 180 metri quadri, 260 società che hanno già aderito, magazzini sotterranei adatti allo scarico dei container, poi due piani di commerciale, dall'abbigliamento alle scarpe, dagli accessori ai casalinghi. Terzo piano dedicato ai servizi: cosmesi, beauty e ristoranti. Lui sorride e ricorda: «Ho iniziato 16 anni fa, fra mille diffidenze». Studiando il mercato ha capito: con una comunità di 50mila cinesi a Milano e 200mila nel Nord Italia, Sarpi non può funzionare a lungo così, con i carrelli, lo slalom fra la gente, il parcheggio impossibile. Il nuovo centro, invece, ospiterà circa 600 lavoratori su due turni 9-20. L'indotto sarà di altre 200 persone.

«Al lancio saremo aperti anche il sabato, poi ci fermeremo al venerdì perché chi vende al dettaglio nel week end sta in negozio, non cura l'ingrosso». Il volume di affari nell'area per i centri commerciali cinesi è di undici container al dì, 4mila l'anno. Molti operatori di Sarpi hanno guardato all'iniziativa con interesse e si sono già conquistati uno spazio. Fervono i lavori per sabato 28, quando nel pomeriggio ci sarà una «preview», un'anteprima, in stile cinese: un «prototipo» di negozio sarà aperto agli operatori per decidere come personalizzare ognuno i propri spazi, led, arredi, colori. «Oggi, rispetto a quattro anni fa, vedo una ripresa nei consumi». L'idea svuota-Sarpi ha convito anche le banche: un pool di istituti di credito italiani ha finanziato in project financing il modello industriale di «Sandro» con 33 milioni, una buona percentuale dell'intera operazione. Lui ricambia col suo amore per l'Italia: «Milano resta il primo mercato per la Cina», anche la Francia sta crescendo, ma lui resterò «italiano». O meglio «I miei figli di 13 e 16 anni prenderanno la cittadinanza a 18 anni, io mi limito a mangiare metà italiano e metà cinese». Piatto preferito? Casoncelli? No, pesce crudo. Alla natura non si comanda.

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