Cronaca locale

"Amo l'Italia, voglio vendere gli spaghetti agli americani"

Il principe Emanuele Filiberto di Savoia diventato famosissimo con la televisione, lancia i foodtruck con ricette di uno chef napoletano

"Amo l'Italia, voglio vendere gli spaghetti agli americani"

Ha conquistato la moglie Clotilde con un piatto di spaghetti al pomodoro, produce vino e olio nella tenuta in Umbria e negli Stati Uniti ha lanciato FoodTruck che preparano italianissima pasta fresca a prezzi contenuti, «la più cara è al tartufo e costa 20 dollari». Un principe del food come nella vita, Emanuele Filiberto di Savoia. Una chiacchierata a Milano, dove viene spesso.

Partiamo dalla tavola.

«A tavola finalmente mi siedo con le mie figlie. Un momento di condivisione vera, parliamo della scuola, delle loro idee, dei loro progetti, si ride, si riflette, ci si permette anche di perdere del tempo, guadagnando confidenza nel rapporto».

E fuori dalla famiglia?

«La tavola consente anche di fare business, perché le persone si rilassano, si aprono. Un buon bicchiere di vino fa abbassare qualche maschera e il cibo addolcisce i rapporti. Vedo come i giovani ridefiniscono il concetto di tavola: ristoranti costano troppo e così un parco o una panchina diventano luogo conviviale, magari con la chitarra. Intorno a un buon piatto tutto diventa più facile e più bello».

Milano si sta evolvendo?

«È sempre stata una città internazionale, capitale della finanza, dove si vive bene, in modo più facile rispetto ad altri luoghi. Roma è bellissima, ma molto complicata, è bello andarci in vacanza. Milano è dinamica, dalla moda al cibo. Eataly ne è la traccia, anche se Farinetti è piemontese. E poi le banche, dove ci sono soldi c'è anche il food».

Il suo rapporto con il cibo?

«Amo quelli genuini, la cucina delle nonne, povera, ma molto ricca di qualità delle materie prime. Più che la forma di certi impiattamenti, cerco ristoranti di sostanza, dove il Culatello è davvero di Parma e il tortellino è fatto in casa. In Italia si può mangiare molto bene per meno di 20 euro, dalla Sicilia alla Val d'Aosta dove vado a mangiare i formaggi, uno spettacolo».

Innamorato dell'Italia?

«Abbiamo i migliori prodotti, ma non sappiamo venderli. Nulla da invidiare alla Francia».

Qualità e semplicità...

«In Umbria a Umbertide produco vino e olio, il Petreto. Quando sono lì una buona bistecca di maiale, che alleva un mio vicino e un bicchiere di vino sono il massimo».

Come ha deciso di portare il saper cucinare italiano sulle strade della California?

«Uscivo dagli studi della Paramount Pictures in California e ho scoperto il mondo dei FoodTruck. Belli, dipinti a colori vivaci, una street art in movimento, un modo nuovo per proporre il food, dove non è il cliente che va al ristorante, ma il contrario. Quello italiano non c'era e così mi sono detto: Lo faccio io. Oggi ne abbiano due per la pasta fresca, cotta in un minuto e mezzo. A attobre aprirò a Venice il mio primo fast food gourmet di pasta fresca e pizza al taglio».

E gli americani. Impazziti?

«Esatto, anche perché li ho rispettati. Voglio che il meglio dell'Italia incontri il meglio della California, così compro carne e pomodori nelle fattorie biologiche americane e dall'Italia mi arrivano olio, farina e tartufo nero. Tutto questo sulle strade: la democratizzazione del buon cibo italiano, non ne posso più di un piatto di pasta e un'insalata a 80 euro. Il mio chef Generoso Celentano è napoletano, persona straordinaria, grande chef. Con lui solo verdure di stagione e il menù cambia regolarmente».

Come se la cava ai fornelli?

«Ho sempre cucinato per le mie figlie e per mia moglie, mi rilassa: gli spaghetti ai ricci di mare sono il mio piatto forte».

Il segreto?

«Sta tutto nella scelta dei prodotti».

Il profumo dell'infanzia?

«Ho una grande passione per il pomodoro e quando ero in esilio a Ginevra, mi portavano eccellenti pomodori dall'Italia e il basilico. Quelli sono i profumi».

Cosa le mancava di più dell'Italia?

«Tutto, perché non avevo nulla. Mancava la libertà di camminare per le strade di Torino o di Napoli. Soffrivo per l'ingiustizia di chiamarmi Savoia e pur nato nel 1972 essere tenuto fuori dal mio Paese per il mio cognome. Anche se va detto che il mio è stato un esilio dorato, in una famiglia molto unita e con l'affetto dei miei genitori. L'esilio davvero doloroso è di coloro che fuggono da Paesi in guerra e si ritrovano senza niente».

Come vede la democrazia in Italia?

«Penso che i cittadini vadano più ascoltati, aiutati e rispettati».

Il piatto da bambino?

«Avevo forse 5 anni ed era il fondente al cioccolato che preparava il nostro cuoco Andrea. Ma chi ama davvero cucinare è mio papà, specialmente il pesce».

È goloso?

«Amo più il salato. Ogni volta che mangio una Margherita, l'ultima a Napoli dal bravissimo Brandi, mi chiedo sempre perché non abbiamo registrato il nome per incassare le royalties».

I pranzi che non dimenticherà mai?

«Quelli in famiglia nella nostra casa al mare in Corsica. Con mio padre gettavano le reti la sera, quando era ancora permesso farlo e la mattina andavamo a tirarle su. I pesci meno nobili per la zuppa e i migliori li cucinava, momenti bellissimi, nostri. Nessun servizio reale in guanti bianchi, ma semplicità e affetto, in una parola, famiglia».

Dice che la monarchia è ancora attuale?

«Oggi le famiglie fanno sognare le persone. Tutte le bambine hanno sognato di essere principesse, un matrimonio reale è una fiaba per tutti anche se quasi irraggiungibile. Le tradizioni e i valori non vanno mai fuori moda. È il cattivo gusto che va fuori moda, come il cattivo cibo».

Cosa desidera oggi per le sue figlie?

«Poter essere felici in un Paese dove le persone rispettino di più l'ambiente, se stessi e il prossimo».

La cena romantica è ancora un'arma vincente?

«Molto. Sono appena tornato dal Giappone, è stato un po' il viaggio di nozze che non abbiamo mai fatto perché Clotilde era incinta quando ci siamo sposati. Lo abbiamo fatto adesso con molte cene romantiche. Noi uomini dobbiamo ascoltare di più le nostre mogli o amanti o amiche. Ed essere persone più romantiche, facendo piacere a chi ci sta accanto».

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