Asse Lombardia-Liguria per il «no» alle riforme

Maroni e Toti difendono il sistema della sanità «Affidato ai governatori, così eccellenze salve»

Un'alleanza contro la nuova riforma costituzionale. Lombardia e Liguria, che stanno lavorando a braccetto sul fronte sanità, sanciscono un patto che di fatto punta a frenare il referendum del 4 dicembre. Se dovesse passare la riforma voluta dal premier Matteo Renzi, sarebbero guai seri per le regioni e tutto il lavoro fatto finora per migliorare conti e assistenza sanitaria, andrebbe perduto. La sanità infatti, assieme alla ricerca e alla formazione professionale, verrebbe gestita direttamente dallo Stato e non più dalle singole regioni.

«Con la riforma - sostiene il presidente della Regione Lombardia Robeto Maroni - ci sarebbero disposizioni comuni sulla sanità uguali per tutte le regioni. E questo vorrebbe dire imporre una taglia unica a tutti, anche a chi vuole e può fare di più e meglio degli altri». Alla Lombardia arriverebbero 800 milioni in meno nel 2017.

«Tornerebbe infatti il concetto dei tagli lineari, penalizzando quindi le regioni che già hanno provveduto a ridurre le spese - specifica Maroni - La strada da seguire è quella opposta. Bisogna cioè arrivare all'applicazione dei costi standard. Questa è l'unica soluzione».

Anche il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti spera di svegliarsi il 5 dicembre con «una buona notizia». «Quando abbiamo vinto le elezioni in Liguria - spiega - abbiamo scelto di ispirarci al miglior modello di sanità, e abbiamo guardato alla Lombardia. Il referendum invece rischia di invertire la rotta e tende a livellare verso il basso le eccellenze». Secondo Toti le Regioni, sotto la voce sanità, hanno fatto un lavoro più intenso rispetto a quello del governo. Lavoro che ora rischia di essere «interrotto per portare tutto a un centralismo grigio che appiattisce tutto».

In attesa di sapere l'esito del referendum, le regioni continuano a lavorare assieme e studiano piattaforme comuni per gli acquisti, sostegno alle fragilità e alla cura dei malati cronici sul territorio. Un'intesa, che vuole anche essere a «difesa» delle competenze in campo sanitario.

Resta invece appeso a un filo il Patto per la Lombardia, promesso a più riprese da Renzi. Ora che siamo arrivati al dunque, il premier tentenna. Rischia infatti di slittare l'incontro, con relativa firma, previsto per domani. Il presidente Maroni cerca di stringere i tempi e pretende che l'accordo sia firmato prima del 4 dicembre.

«Dopo - è cauto - non si sa che cosa succede. Chi firma dopo il 4? Se passa il No, come io mi auguro, il governo Renzi cade e il Patto non c'è più». Se invece passa il sì, gli equilibri Governo-Regioni cambieranno. «Meglio portare a casa il risultato intanto - spiega maroni - Succederà quel che succederà , io sono impegnato a definire i contenuti nei prossimi giorni. Non c'è ancora la data certa, perché dipende se riusciamo a chiudere. Però sono ottimista che si riesca a fare nei prossimi giorni, magari entro la fine di questa settimana».

A chi osserva che la firma del Patto per la Lombardia potrebbe essere un'occasione di campagna elettorale per Renzi, Maroni replica che comunque il premier «è sempre a Milano». «Io sono per la concretezza - continua - Se riesco a portare a casa un risultato, dieci miliardi di euro per i lombardi, ben venga. Questa è la mia campagna elettorale, diciamo così - conclude - Poi Renzi verrà e dirà quello che vuole. Sarebbe venuto comunque, no? E almeno viene a fare una cosa utile per i lombardi». Utile e più volte millantata.

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