"Chiedo giustizia per Haitam morto nel rogo di via Cogne"

Parla Fatima, la madre del 13enne rimasto ucciso in casa sua. La Procura vuole archiviare l'inchiesta

"Chiedo giustizia per Haitam morto nel rogo di via Cogne"

«Voglio giustizia. Mio figlio non c'è più, ma nella sua morte ci sono delle colpe e la stessa cosa potrebbe succedere a qualcun altro». Fatima ha lineamenti più severi dei suoi 38 anni, occhi neri e profondi. L'album delle foto che appoggia sul divano a righe ha il dorso bruciacchiato, odora ancora di fumo. Sono passati più di nove mesi da quando suo figlio Haitam, 13 anni, è morto soffocato nell'incendio divampato nel palazzo popolare di via Cogne 20. «Non mi sono più ripresa, ho perso 18 chili. E ho perso il lavoro di cameriera in un hotel», dice la giovane donna madre di altre due figlie di 17 e 11 anni. Però combatte. Attraverso il suo avvocato ha deciso di presentare opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ilaria Perinu, che ha condotto l'inchiesta sull'incendio indagando 11 persone tra cui tecnici del Comune e dipendenti di MM, proprietaria del palazzo. La causa sarebbe stata un banale cortocircuito. Dalle conseguenza devastanti però. Per la Procura, nessuno è responsabile della morte di Haitam.

«Sui giornali - continua Fatima - avete scritto che era disagiato. Quasi per dire che siccome non era intelligente, non è scappato dal pericolo. Che è colpa sua se è morto... (il ragazzo si è rifugiato nella vasca da bagno e non è riuscito a mettersi in salvo, ndr). Non è assolutamente vero. Il nostro appartamento, sopra quello in cui è divampato il rogo, è stato quello più invaso dal fumo. Tra l'altro anche inquilini adulti sono usciti fuori con fatica». A darle supporto morale ci sono le amiche Simona e Alexandra, anche loro sfollate di via Cogne. «Haitam - dice ancora la mamma in Italia da 18 anni, tutti vissuti nel palazzo danneggiato - è sempre stato bravo a scuola, belle pagelle con 7 e 9. Era bravo in inglese, un genietto in matematica. Bravo a usare il computer, voleva fare l'informatico. Negli ultimi due anni ha avuto problemi di comportamento, non ha accettato la separazione da mio marito. La sua è un'età così difficile...». Le liti del ragazzone alto un metro e 80 richiedono l'intervento dei servizi sociali, «voleva stare per conto suo, ma noi avevamo un monolocale». Poi i tre mesi in una scuola specializzata di Arese dove frequentava la prima media che però non piaceva né a lui né alla madre: «Giravano sigarette e droga, i più grandi lo picchiavano. Ho deciso di tenerlo a casa e farlo riprendere quest'anno. Ma non è stata colpa sua, lui voleva tanto tornare a scuola».

Quel 14 febbraio Fatima riceve diverse chiamate sul cellulare intorno alle 12.30: «Sono corsa a casa e sono salita fino al mio pianerottolo. Ho chiamato Haitam al telefono e lui mi ha detto vedo solo fumo, ho paura. Poi ho sentito il suo telefono cadere a terra. Ho urlato, c'erano almeno dieci soccorritori, ma nessuno entrava in casa a salvarlo. È sicura che sia dentro?, mi chiedevano. Hanno assicurato che lo stavano soccorrendo dall'esterno, con l'autoscala. Ma la piattaforma arrivava solo fino al settimo piano e noi eravamo all'11esimo...». Nell'appartamento il calore è potentissimo, il ragazzo viene portato fuori intorno alle 13.45. «Hanno salvato gatti e cani, non mio figlio». Aggiungono le amiche: «L'acqua per gli idranti non c'era, i pompieri si sono dovuti allacciare all'impianto di un altro palazzo. Perdendo tempo prezioso». Da mesi gli inquilini lamentavano problemi con le caldaie e la pressione dell'acqua. Dopo la tragedia chi l'ha aiutata? «La gente di Quarto Oggiaro - conclude Fatima -, in tutto. Tutti volevano bene ad Haitam, al suo funerale c'erano 1.500 persone. I familiari erano al massimo una decina». Gli amichetti del ragazzo vanno a trovarla: «Nell'incendio abbiamo perso tutto, libri, vestiti, ricordi. Mi portano le copie delle foto di classe che sono andate distrutte».

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