Una città che non vola più, solo 39 collegamenti al giorno

Chiuso Linate, a Malpensa operativo solo il Terminal 2 Saloni, check in e negozi vuoti. Ma i lavoratori a casa

Nell'edicola aperta, al Terminal 2, occhieggiano con la loro candida allegria alcune uova di Pasqua: chi le comprerà? Che sorpresa conterranno? Nella totale desolazione di Malpensa, nient'altro strappa un misero sorriso. Il Terminal 1, quello inaugurato 22 anni fa, per la prima volta è totalmente chiuso: spazi giganteschi drammaticamente vuoti, spettrali, piazzali deserti e senza quell'infaticabile andirivieni di carrelli e di mezzi aeroportuali che faceva da rumore di fondo. Luci spente, pannelli spenti, animi spenti. I tremila dipendenti della Sea sono stati posti in cassa integrazione, cercando di non penalizzare il personale operativo rispetto a quello amministrativo.

Il Terminal 2 è un ritorno al passato: questa era Malpensa fino al 1998, un vecchio aeroporto che grazie alla pista di 4 chilometri (un terzo più lunga di quella di Linate) era diventato lo scalo intercontinentale di Milano. Oggi è ancora lo stesso, con il suo esterno un po' domestico, con quell'aria da piazza di paese. E da ieri proprio qui, nella «vecchia» Malpensa, si è ritirato quel che resta del trasporto aereo della Lombardia. I voli di Linate, di Malpensa 1, di Orio al Serio, sono concentrati in una sola schermata dei monitor: 39 voli in partenza e in arrivo nelle 24 ore, quasi tutti di Alitalia, contro i 1.038 al giorno di gennaio, somma dei tre aeroporti a regime. Malpensa più Linate più Orio fanno (facevano) 49 milioni di passeggeri all'anno.

La Sea, di cui il Comune di Milano è il maggiore azionista, nel 2018 ha fatturato 713 milioni. La sola Malpensa ha generato, a sua volta, un indotto di 5 miliardi, ramificato in mille rivoli, sempre più lontani e indiretti, ma che in essa hanno origine. Linate ne fa 2,7, e attiva un'occupazione indiretta di 11.500 persone; Malpensa dà lavoro a quasi il doppio, 20.500. Qui le attività dell'indotto sono circa 500, tra negozi, servizi, attività di ogni tipo. Tra i banchi del check-in con brevi code diradate, nei saloni surreali, ai varchi dei controlli, nessuno sorride: solo facce livide intimorite dal futuro. Passa un comandante in divisa: fino a quando gli sarà chiesto di volare ancora? E dove finirà quella divisa, in un armadio con la canfora?

Questa crisi non risparmia nessuno. Chiusi i negozi (resistono la farmacia, l'edicola, il bar), fermi i sistemi per ricoprire di plastica i bagagli, deserti i banchi degli autonoleggio. Ogni attività rappresenta una famiglia, aspettative, bisogni. Decine di taxi in doppia fila ad attendere improbabili clienti. È appena arrivato un carico di turisti di ritorno dai Caraibi, ma nessuno esulta. Non ci sono pullman aeroportuali, servizio cessato per motivi di sicurezza: un pullman fermo è un autista a casa, un benzinaio che non fa il pieno di gasolio, un meccanico che non fa la manutenzione; ma anche assicurazioni, bollo e rate da pagare. Chiusi gli alberghi, chiusi i posteggi settimanali. L'effetto valanga travolge tutto, chi non incasserà non potrà pagare nè affitto, né bollette, né rata del mutuo. I mancati affitti peseranno sui proprietari, spesso indifesi anche loro, sul mutuo si aprirà un contenzioso orribile... E sul trasporto aereo, che dà vita e lavoro agli aeroporti e a tutto il loro indotto, le previsioni sono cupe e molto incerte. Anche perchè sul disordinato scacchiere del mondo che collegano, i tempi del virus non sono sincronizzati.

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