La città riapre a passo lento saracinesche giù e poca gente

Il 35 per cento dei commercianti preferisce aspettare. Negozi quasi vuoti, bene parrucchieri ed estetisti

Un lento risveglio quello di ieri per la Milano dei negozi, delle vie dello shopping e dei locali. In centro, tra piazza Duomo e Galleria, nessuna invasione di clienti in astinenza da compere. Un po' più di gente in corso Buenos Aires (qui, e in corso Venezia, si sono creati notevoli ingorghi di auto anche a causa della nuova e contestata pista ciclabile). C'è stata una ripartenza, però a un ritmo che per la città è insolitamente basso. È andata meglio per parrucchieri e centri estetici: impossibile trovare un buco libero.

«Bentornati!», recitava la vetrina della grossa catena di moda in via Torino. Ingressi contingentati che formano qualche coda, gel disinfettante e guanti per chi entra. Però il negozio, come quasi tutti quelli di abbigliamento, resta semi vuoto (certo, il lunedì non è mai stato il giorno perfetto per lo shopping). «Non ci siamo dimenticati di te, il nostro negozio è sicuro. Un bel modo di cominciare, te lo meriti proprio», assicurava un'altra insegna prevedendo le paure e i desideri degli avventori. Le rassicurazioni sono sparse ovunque: «Sanifichiamo il negozio due volte al giorno - spiega la commessa che lavora per il noto marchio di intimo -, i camerini dopo ogni utilizzo e i capi dopo ogni prova». Alla Rinascente stessa precisione, promozioni, misurazione della febbre all'entrata e anche più persone tra gli scaffali. Gli articoli si toccano solo con i guanti.

Le grandi catene sono tutte tornate in attività. Un paio di punti vendita si sono presi il lunedì per terminare il cambio della merce. Il gettonato negozio di vestiti per adolescenti però è completamente buio e l'insegna è ricoperta da un sacco nero. Altrove le collezioni estive sono spuntate dal nulla, anche se piovono sconti sull'invenduto invernale. Le file si vedono soprattutto fuori da parrucchieri ed estetiste. Non è possibile aspettare dentro il proprio turno. Anche qui regole rigide: «Si riceve solo su appuntamento - spiega la proprietaria del centro estetico in via Imbriani, prima periferia -, vietati opuscoli e riviste. Tra un cliente e l'altro serve mezz'ora per disinfettare ogni cosa. Però rimaniamo aperti dal lunedì alla domenica».

Sono parecchie le serrande di bar e ristoranti, anche storici, rimaste abbassate. Qualcuno espone ancora il cartello datato inizio marzo: «Torneremo più forti di prima...». La Galleria prova a tornare in spolvero, pure qui però non tutti hanno ripreso l'attività. Sui marciapiedi sono spuntati nuovi tavoli, all'interno dei locali sono stati montati i divisori. In alcuni casi una piccola barriera mobile in plaxiglass divide in due il tavolino. Abbastanza fastidioso per i commensali, ma utile per far sedere insieme due clienti sconosciuti, per bere il caffè che non possono consumare al banco. C'è chi ha scelto, da Princi a MacDonald's a molti ristoranti cinesi, di aprire solo per l'asporto. E lo Starbucks in Cordusio è sbarrato. «È rimasto chiuso il 30-35 per cento degli esercenti milanesi - sottolinea Alfredo Zini, presidente delle Imprese storiche -. Siamo rallentati dall'incertezza e dalla difficoltà di orientarci nella giungla di regole. Ci sono state più riaperture sui Navigli, in vista dell'aperitivo, e molte meno nelle zone universitarie o in quelle in cui gli uffici non hanno ripreso a pieno regime». I motivi sono quelli ripetuti nelle proteste dei giorni scorsi: caos-decreti e mancato sostegno economico alle aziende del settore. «Prevediamo che nei prossimi giorni si riapra un po' di più, gradualmente», conclude Zini.

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