Il «closing» delle ambizioni: Milan-Inter è già senza appello

Obiettivo Champions League e classifica da scalare Chi perde la stracittadina dice addio ai sogni di gloria

Comunque vada, sarà un insuccesso, anzi un closing nel senso di finish, stop, a monte. Dice: complimenti, bel modo di prepararsi al derby, all'insegna del pessimismo. Però è vero: lo dice la Nostra Signora (no, non quella di Torino, l'altra) della Classifica. Metti che vinca l'Inter: closing alle ambizioni rossonere di restare agganciati al treno dorato con destinazione Champions League, come Fantozzi s'aggrappa all'autobus delle otto e zero uno. Metti che finisca in pareggio: closing a entrambi i sogni di gloria, pur se momentanea, cittadina. Metti che vinca il Milan (e per scaramanzia mi tremano le dita sulla tastiera, ma ormai l'ho scritto, e scripta manent): closing sbattuto in faccia a Suning, che diverrebbe immantinente Giùning, con Zhang Jindong derubricato a onomatopeico suono di campanello domestico, come nell'usuale gag di Mimmo Pesce, il Totò di Telelombardia e Antenna 3, agorà del tifo rosso-azzurro-bianco-nero.

Insomma, comunque vada domani sera, verso le 22,35, nell'aria di San Siro si avvertirà un vago odore di mandorle amare, come quello che dicono abbia il cianuro di potassio, letale ovunque, campi da calcio inclusi. Gli esperti di derby, i gourmet delle stracittadine strapazzate dalla tensione che sale e sale e sale costantemente ora dopo ora, minuto dopo minuto (in questo caso peraltro appesantita dalla nefasta sosta del Campionato in ossequio alle Nazionali), sanno che la partita va approcciata così, con lo sguardo e la testa fissi sulla peggiore delle ipotesi, per lasciarsi un margine di manovra emotiva in caso di esito diverso, leggi: non avverso.

Il riferimento alle mandorle, per quanto banale, serve a ricordarci che alcune decine di milioni di occhi a mandorla, dall'altra parte del mondo o sotto casa, saranno interessati alla disfida. Interessati, dico, soprattutto economicamente, con da una parte i tifosi di un imprenditore singolo di stampo quasi occidentale, diciamo pure alla Moratti, e dall'altra quelli di una cooperativa (pardon, un fondo) capitalisticamente collettivista, se gentilmente mi passate l'ossimoro che è anche un osso duro da sgranocchiare.

Però, ammettiamolo una tantum con spirito ecumenicamente sportivo, sarebbe un peccato se il cino-derby si rivelasse uno spettacolino di bassa lega simile a certi cine-panettoni da avanspettacolo, a tutto vantaggio di Juventus, Roma e forse addirittura Napoli, che di cine-panettoni si nutre abitualmente grazie al pasticciere (e a volte pasticcione) Aurelio De Laurentiis. Sarebbe un peccato perché da troppo tempo Milan e Inter somigliano a Fiorentina e Lazio, o a Sampdoria e Bologna, squadre oscillanti fra il medio e il mediocre. Da quelle parti Vincenzo Montella e Stefano Pioli hanno lavorato, allenandosi a una dieta ferrea e sparagnina, in fatto di punti. Anche loro adesso gradirebbero metter su qualche chilo per affrontare al meglio i rigori, a favore o contro, dell'inverno.

E noi, il pubblico, pagante allo stadio o in salotto con carta di credito calcistico, oppure portoghese che s'intrufola nel primo bar dotato di acconcio abbonamento? Noi siamo gli unici a non cambiare mai, fin dai tempi di Calloni e Van Basten, di Piraccini e Matthäus. Intorno a noi vediamo girare procuratori e agenti più o meno segreti, cordate scordate e mercati finanziari al verde, quotazioni in Borsa e borseggiatori, contratti milionari usati come kleenex, casting da esibire alle telecamere e sussurri e grida che ci riempiono le orecchie di pulci. Tuttavia, imperterriti ma non impavidi, noi truppa rossonerazzurra, esercito di fantaccini volontari in trincea a mangiarci le unghie e a riempire i posacenere di cicche, a litigare con mogli e fidanzate, a saltare la cena, a roderci il fegato, siamo stati, siamo e saremo sempre i vincitori morali di ogni derby. Ben sapendo che comunque vada sarà un insuccesso. E se qualcuno, estraneo alla vicenda, volendo fare lo spiritoso ci dice «vinca il migliore», in coro, dalla curva sud alla curva nord, per non sbagliare risponderemo in coro: «questa volta, speriamo di no».

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