«Così porto in scena gli ultimi istanti di vita dell'eroe Borsellino»

L'attore regista Ruggero Cappuccio nel monologo di un servitore tradito dallo Stato

Mimmo di Marzio

Ci sono ferite collettive che non si rimarginano mai, ma che anzi tornano a sanguinare anche a distanza di decenni. A ricordarcelo è il regista attore Ruggero Cappuccio il quale, a dimostrazione che il teatro civile è più vivo che mai, riporta sulla scena un progetto su cui lavora dal 2005: Essendo Stato, titolo metaforico di un monologo che ha come protagonista il giudice Paolo Borsellino, un secondo prima della strage di via D'Amelio. Attimi fuggenti, quelli raccontati sul palco dell'Elfo Puccini che, in un tumultuoso susseguirsi di flashback e ricordi, aprono nuovi squarci su una fase oscura della storia italiana ma soprattutto sulla simbologia di un servitore dello Stato per eccellenza nel momento topico dell'esistenza. L'opera di Cappuccio, lontano da qualsiasi retorica, incarna in un sol uomo il senso tragico dell'esistenza e l'impotenza kafkiana di uno Stato che vede lentamente naufragare la ricerca della verità. Per raggiungere l'obbiettivo, l'autore spazza via le metafore e ricorre alla ricerca dei fatti che spesso superano ogni fantasia drammaturgica. «Rispetto agli esordi di quindici anni fa, questo testo oggi prende vita e forza dalla rivelazione degli atti secretati dal Consiglio Superiore della Magistratura sulle audizioni di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone del 1988, cioè quattro anni prima dei due attentati» dice Cappuccio, che quegli atti è riuscito ad ottenere per renderli pubblici, sia pure in forma d'arte. Ne è derivata una pièce dai toni sommessamente epici (già andata in scena due stagioni fa al Franco Parenti) ma anche, nella sua forma più estesa, un libro corredato dalle tavole dell'artista Mimmo Paladino.

L'opera echeggia sul palco come un atto di accusa verso uno Stato che, indirettamente, condanna a morte i suoi servitori, come in una contemporanea tragedia greca. «L'opera è drammatica nei fatti, più che nei toni - racconta Cappuccio - perchè drammatiche sono quelle audizioni in cui Borsellino e Falcone denunciano al Csm il progressivo smantellamento del Pool Antimafia, la parcellizzazione delle indagini sulla cupola e lo smembramento delle forze di polizia». L'amarezza insita in quel grido di allarme, sottolinea l'autore, è acuita dal fatto che quelle audizioni - di quattro ore e mezza ciascuna - furono conseguenza di un'azione del Csm contro i due magistrati «rei» di aver denunciato su alcuni organi di stampa il mancato sostegno dello Stato nella loro azione contro la mafia. «Il provvedimento disciplinare non vi fu - ricorda Cappuccio - ma quelle audizioni si manifestarono di fatto come una delegittimazione del loro operato». E allora, dove finisce la prosaicità della cronaca, entra in gioco la forza della drammaturgia: «I fatti si mescolano al vissuto dell'uomo che, negli ultimi attimi dell'esistenza, si domanda in scena: ma sono ancora vivo oppure sono già morto e sto guardando il film della mia vita?». La tragedia umana scorre su un binario temporale parallelo rispetto al testo inedito delle audizioni che oggi risuona come una lettera post-mortem agli italiani.

Ma la domanda al regista è: perchè proprio Borsellino? «La prima risposta ha una spiegazione razionale. Nella storia tragica dei nostri servitori dello Stato, nessuno più del giudice Borsellino incarna il sacrificio consapevole portato con dignitosa rassegnazione fino al suo apice estremo. Giovanni Falcone pensava ancora che la battaglia non fosse perduta, Aldo Moro fu un martire. Borsellino, a 52 anni accetta l'idea di morire per lo Stato, e qui sta la sua epopea». La seconda risposta? «È di tipo sentimentale. Borsellino amava la Storia, da autodidatta studiava il tedesco e di notte traduceva Goethe. Era una figura di grande spessore umano che avrebbe fatto cose importanti anche lontano dalla magistratura».