«Così si impara a capire la musica senza sapere neanche leggerla»

Ferrari: «L'importante è ascoltare e poi farsi le domande giuste»

Si può «imparare» a capire la musica, a farsi domande di senso intorno all'arte delle note, partendo da zero e senza «sapere neanche leggere la musica», e senza stare anni sui libri? Domandatelo a Emanuele Ferrari, pianista e ricercatore in forza all'Università Bicocca di Milano, dove ha messo a punto un innovativo sistema pedagogico per preparare le future maestre che probabilmente proporranno agli scolari la musica, per le più diverse attività in classe. Per questo metodo, il musicista, nel 2016 si è aggiudicato il secondo premio del Reimagine Education Awards di Philadelphia e la medaglia d'argento di Coltivare la curiosità.

«Il mio approccio è interdisciplinare - attacca il Maestro - combina la forma concerto, la conferenza, la didattica e anche il teatro. Quando lo faccio per il pubblico (Ferrari tiene serate anche al Litta, ndr) il baricentro si sposta sugli aspetti dello spettacolo, in università invece per me è più importante l'interazione». Addio lezione frontale, tutto si svolge in un maxi-laboratorio con un pianoforte intorno al quale si siede oltre un centinaio di studentesse. Come funziona l'incontro è subito detto. «Ogni volta scelgo un pezzo», racconta. Quest'anno Drei Klavierstucke D.496 di Schubert. Da qui ecco le tappe: si parte con l'esecuzione, dopo vengono formati gruppetti di cinque, segue il commento di quanto sentito e i portavoce dei gruppi riferiscono al professore. «Sono tutti seduti intorno allo strumento perché voglio che abbiano un contatto fisico con la musica», afferma.

La lezione diventa quasi un happening, dai commenti generici, un po' «tangenziali», si arriva alle prime osservazioni pertinenti che il docente coglie al volo e «valorizza». «Promuovo e stimolo la discussione - prosegue - chiedo ad allieve e allievi quali altre cose si possono dire sul brano in questione. E avanti così». Alla fine il terreno è dissodato, «ed è così dissodato che non è più come prima - afferna Ferrari - A quel punto si è pronti per una nuova esecuzione e per loro tutto suona in maniera assai diversa». Provare per credere: tre mesi così e la crescita, la consapevolezza musicale, è garantita. O quasi.

«È importante che al termine del corso abbiano imparato a farsi molte domande corrette sulla musica», conclude. Questo consentirà alle maestre di scegliere meglio un brano da proporre ai bambini, considerando, per esempio, «che Mozart è un autore visivo», «Nino Rota va bene certe volte e altre no», che «un brano di Schumann può essere narrativo». Senza contare che le allieve portano a casa un buon bagaglio relativo alle conoscenze di aspetti formali, tecnici, di linguaggio ed espressivi. Tutte cose che prima, magari, non sognavano. Non sentivano.

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