Cyberbullismo, sono i grandi a far paura

Il 41 per cento teme sul web richieste sessuali da adulti e contatti di estranei

Sabrina Cottone

E va bene che bisogna sintonizzarsi con il colorito linguaggio giovanile, ma forse anche il talentuoso Paolo Ruffini esagera un po' presentando ai ragazzi «Il manifesto della comunicazione non ostile», decalogo di principi per stare in rete senza odio. «Mi tappavo le orecchie quando diceva le parolacce» lo rimprovera, mentre gli fa i complimenti per la conduzione, la ministra dell'Istruzione, Valeria Fedeli, davanti ai 500 studenti riuniti all'Unicredit Pavillon e ai 30.000 collegati in streaming da mille scuole superiori d'Italia.

All'iniziativa, in partnership con Miur, Università Cattolica e Osservatorio Giovani del Toniolo, sono legati i risultati di un'indagine Doxa per Telefono Azzurro, che testimoniano come ragazzi, pur navigando molto, abbiano paura di quel che può loro accadere on line. E lo spauracchio sono soprattutto i grandi che «invadono» il loro mondo. Il 48% teme di incontrare persone che non sono chi dicono di essere. Il 41% trema all'idea di essere contattato da estranei che chiedono numero di telefono, indirizzo, informazioni personali. Il 41% ha paura di ricevere richieste sessuali di adulti o addirittura (è il 36%) di essere molestato nelle app di gioco. Insomma, il web non viene considerato un luogo sicuro. Inoltre, e questo è un altro terreno scivoloso, è anche ritenuto un luogo in cui cresce il cosiddetto hate speech, discorsi che incitano alla violenza e al pregiudizio verso determinate categorie di persone. I ragazzi pensano soprattutto a contenuti offensivi su orientamento sessuale (23%), razza (20%) e caratteristiche fisiche (16%).

Nel corso dell'incontro, presentato da Paolo Ruffini, con ospiti come la gloria del Milan Franco Baresi, si parla di «non escludere mai», «applicare l'articolo 3 della Costituzione», non fare «distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali». Non manca qualche scivolone. Ruffini nel suo show chiama «tope» le ragazze carine, dice varie parole non proprio da aula scolastica che iniziano per «c...», finché non lo richiamano all'ordine da dietro le quinte. Mette anche in scena sul palco la contrapposizione tra un sedicenne egiziano cristiano che dichiara di picchiare i gay perché gli sembrano strani e suoi coetanei che lo contestano. Arriva una ragazzina che dice di essere omosessuale, un ragazzo se la prende con il sedicenne egiziano, lui replica duro.

Alla fine, tra parolacce e spettacolarizzazione, più di uno tra i prof si lamenta, qualche collegamento con le scuole salta. Il sedicenne egiziano, presunto picchiatore confesso di gay, davanti alla platea che rumoreggia promette: «Proverò a cambiare idea». Anche Ruffini muta registro, cita il priore di Barbiana: «Se escludi qualcuno a scuola, come dice don Milani, è come andare in ospedale e non curare i malati». E tutti battono le mani.

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