Cronaca locale

"Discendo da morto di fame, ​ho i nervi all'ora dei pasti"

Presidente delle Dimore storiche, ex di Sarah Ferguson: "I parenti Incisa e Antinori fanno il vino, io lo bevo"

"Discendo da morto di fame, ​ho i nervi all'ora dei pasti"

Ugolino della Gherardesca era un suo antenato ed è imparentato con i Gonzaga, i Medici, i Romanov. Ma nonostante il nobilissimo lignaggio, affronta la vita in modo pragmatico e concreto. Gaddo della Gherardesca vive tra Milano e Castagneto Carducci dove si occupa della dimora di famiglia, aperta al pubblico e luogo di eventi. «Abbiamo il dovere e la responsabilità di conservare e tramandare questi beni che sono storia e cultura», dice anche in qualità di presidente dell'Associazione Italiana dimore storiche.

Più uomo del fare che nobile annoiato...

«La mia vita per fortuna o purtroppo è un impegno continuo, ho un forte spirito di osservazione che mi impedisce di staccare. Curo ogni dettaglio, era così mia mamma Adriana Guillichini detta Tricchi, nata nel 20».

Una donna importante.

«Un'intelligenza raffinatissima, è stata lei ad insegnarmi ciò che so fare»

Milano è la nuova capitale del food?

«Ci vivo ad alterni periodi dal 79, una città che ha cambiato pelle diverse volte e beneficiato di un' immigrazione intellettuale. Trasforma in milanesità positiva le energie di chi arriva da fuori. È internazionale, ma rimane a misura d'uomo. Con un amico straniero l'abbiamo attraversata da est a ovest in un quarto d'ora, impensabile in altre capitali».

La pubblicità, il suo settore, è cambiata?

«Nel 1986 fondai una concessionaria che si occupava di stampa ad alto target, golf e vele d'epoca e nel 94 iniziai la mia avventura in Prs con Alfredo Bernardini De Pace. La nostra abilità è stata mutare d'abito per seguire i cambiamenti. Non andiamo alla Scala in jeans o in frac a una merenda in campagna. Siamo stati i primi a posizionare campagne sulle tv satellitari e nel digitale. Alfredo è capace di precedere i cambiamenti, vogliamo sempre far meglio. Vivere di rendita imborghesisce gli animi e noi non siamo borghesi».

Strategia d'attacco.

«L'ammiraglio Mimbelli, amico di mio nonno, comandava la torpediniera Lupo nel 1940 e colpì gli inglesi manovrando sotto la linea dei cannoni nemici. Ecco, noi siamo un po' così».

I suoi luoghi milanesi?

«Sono molto affascinato dal cambiamento. Un tempo Corso Como, con Gianni dell'isola, la discoteca Nepenta in piazza Diaz, l'ippodromo di San Siro, oggi via Tortona, i nuovi grattacieli, City Life. Avanguardia e modernità».

A quali ristoranti è affezionato?

«Sono un maledetto toscano e la Torre di Pisa è la mia seconda casa, fu mitico il surpise party per i miei 50 anni. C'erano tutti, da Marco Tronchetti Provera a Sarah Ferguson. Quando hanno chiuso il Girarrosto sono rimasto male, come se mi sequestrassero casa. Ho amato Al Porto e mi piace la Langosteria. La Libera che frequento con mia figlia o l'Uccellina, grande carne. Il mio primo cinghiale lo cacciai proprio tra i boschi dell'Uccellina, nei poderi dei Vivarelli Colonna».

Che rapporto ha con il cibo?

«Sono discendente di un morto di fame, quindi nervoso all'ora dei pasti. Come mio padre, voglio che sia tutto pronto. Mangiare è un rito, odio vedere gente che lo fa in piedi e beve da una lattina. Ci vuole rispetto della cultura e della fatica di chi ha preparato qualcosa di buono, prenderei a calci nel sedere chi non rispetta il cibo. Mi piacciono cose semplici e di qualità, come la mortadella di Veroni, tagliata a velo e il sette corde, un salame che produce il mio amico Giuseppe Villani a Castelnuovo Rangone vicino a Modena. Ccelestiale. Della mia Toscana la frega, ovvero pane sul quale si sfrega il pomodoro maturo, olio e sale, per me anche una goccia di aceto, gli dà più sprint».

Il sapore dell'infanzia?

«Spaghetti al pomodoro spadellati, una meraviglia che la vita può farti incontrare. Oppure il croccante per merenda, fondevamo lo zucchero con i pinoli raccolti in pineta della quale ricordo il profumo di resina e rosmarino».

Ai fornelli o a tavola?

«Son più bravo a tavola, ma il mio è il miglior hamburger che ci sia: crostoso fuori e quasi crudo dentro».

Goloso di...?

«Non ho mai avuto la Novi tra i miei clienti, ma il loro nocciolato fondente è una cosa da ribaltarsi».

Il pranzo o la cena che non dimenticherà?

«Il Gino allevava i miei polli in Maremma. Diventavano metà di un cristiano, buonissimi. Un giorno avevamo numerosi ospiti e chiesi di cuocerli, ma mi dissero che erano finiti. Feci una scenata biblica di fronte alla tavolata attonita, per scoprire poi che li avevo mangiati io stesso. Siamo così... Dai tempi in cui i cugini di mio nonno, Uguccione e Walfredo, furono sorpresi ubriachi in frac sulla scalinata di piazza Santa Croce a Firenze. La guardia disse loro che sarete anche morti di fame voi della Gherardesca, ma di sete sicuro no...».

Il vino?

«Avendo per parenti gli Incisa e gli Antinori, abbiamo un patto di famiglia: loro fanno il vino e noi lo si beve».

Che obiettivo per l'associazione Dimore storiche?

«Valorizzare la diversità culturale di 4.500, dalle ville venete ai castelli valdostani o abruzzesi, ovunque c'è arte e stile. Siamo un Paese dove si può navigare tra le culture longobarda, francese, spagnola, fenicia o romana. L'Italia è tutta bella, non saprei scegliere tra il Polesine e Fucecchio o Modica e la Val d'Elsa. Solo quando imperversano le case realizzate dai geometri, allora è un disastro».

La cena romantica è un'arma vincente?

«Se mi portano a mangiar bene sì».

Dove va in vacanza?

«Guardo dove vanno tutti e vo dalla parte opposta. Odio l'omologazione di questo mondo. La diversità alimenta la curiosità e il cervello che, a sua volta, alimenta la vita dell'uomo».

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