"La distruzione di Palmira segna la fine di un'epoca"

L'archeologa milanese è stata l'ultima a lavorare con Khaled al Asaad, lo storico direttore del sito decapitato dai terroristi dello Stato islamico

"La distruzione di Palmira segna la fine di un'epoca"

«L'idea di una missione a Palmira, subito appoggiata dall'Ateneo e dall'allora rettore Decleva, nasce perché sono sempre stata interessata ai luoghi di confine: Palmira è punto d'incontro tra la romanità e la cultura orientale, non solo araba e persiana ma anche cinese». Maria Teresa Grassi, archeologa della Statale di Milano, ha diretto la missione italo-siriana nell'antica città dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. È l'ultima italiana ad aver lavorato con Khaled al Asaad, l'uomo che per una vita ha studiato e protetto il preziosissimo sito, oggi in buona parte devastato. Una settimana fa Asaad è stato decapitato dai terroristi dell'Isis proprio per aver difeso fino all'ultimo quel patrimonio.

Professoressa Grassi, lei è stata a Palmira prima che diventasse preda dello Stato islamico: che ricordi ha di quei luoghi?

«La missione è nata nel 2007. C'era già quella, prestigiosissima, a Ebla, ma ne mancava una italiana sulla romanità. La Siria fu una provincia importantissima dell'Impero romano: il governatore di quell'area era considerato il numero due dell'imperatore. Con la mia équipe, composta da una quindicina tra dottori di ricerca e studenti della scuola di specializzazione, siamo andati e tornati più volte, con tappe di uno o due mesi. Sia io che loro siamo diventati amici tanto dei colleghi sul posto, quanto degli altri abitanti: i siriani hanno questo senso di ospitalità “calda“, ti fanno sentire subito a casa».

Che persona era Khaled al Asaad?

«Un uomo estremamente curioso, nonostante gli anni di esperienza. Ed era prodigo di consigli: la memoria storica del sito di Palmira. L'ultima volta che l'ho visto, nel novembre 2010, mi mostrò la sua più recente pubblicazione, e mi disse: “È in arabo, poi sarà tradotto in inglese e francese, così potrai leggerlo”. Ma quella fu l'ultima volta che andammo a Palmira: nella primavera del 2011, con lo scoppio del conflitto, la campagna successiva saltò. Non solo la nostra, ma tutte le altre missioni archeologiche, ovviamente».

Ancora più spesso ha visto il figlio, Omar, appassionato studioso come il padre, che negli ultimi anni lo affiancava nella direzione del museo.

«Sì, Omar era a capo della parte siriana della nostra missione, guidava l'altro lato della squadra, si lavorava fianco a fianco. L'ho visto anche fuori dai confini siriani, ad esempio a un congresso per celebrare i 50 anni della missione polacca in Siria. A pensarci ora quel congresso segnò la fine di un'epoca, ma allora non lo sapevamo».

Ha più parlato con Omar di recente?

«No, né con lui né con gli altri amici. Non sappiamo in questo momento dove si trovino, ma è bene non fare troppo rumore, anche per non metterli in pericolo».

Stiamo perdendo per sempre un patrimonio fondamentale. In Occidente ne siamo consci? E di quel che abbiamo ci prendiamo abbastanza cura?

«Purtroppo alla cultura non viene dato molto spazio, in generale. Quando partì la nostra missione cercai giornalisti disposti a parlarne: nessuno voleva farlo, mi venne fatto notare che “non è una notizia”. Adesso mi chiamano da tutto il mondo: la cultura non è al primo posto, interessa quando salta un monumento».

Si è proposto di dedicare a Khaled al Asaad un albero del Giardino dei Giusti, una sala del museo Mudec o il museo archeologico. Concorda?

«Qualunque scelta di questo tipo positiva per onorare il ricordo. Speriamo solo che non ce ne si dimentichi, dopo questi giorni di clamore iniziale».

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