Cronaca locale

E il maestro Umberto Eco teorizza il razzismo politico

(...) il Maestro trascura che storicamente, per sua natura, Milano cambia e si trasforma in continuazione e non ha senso rimpiangere quella napoleonica di Stendhal o quella sforzesca di Lodovico il Moro - dopo la nostalgia, dunque, ecco la ricetta. Siccome in realtà, ammette il Maestro, non sappiamo chi siano gli onesti, non possiamo che ricorrere a quel razzismo etico e politicamente corretto di cui si diceva. Come? «Bisogna isolare in qualche modo coloro di cui sospettiamo. Ci invitano a una cena che si annuncia fastosa? Ci propongono una vacanza in barca? Non ci si va. Facce nuove nel circolo che frequentiamo? Diamo le dimissioni… Niente di male se qualcuno si concede una dozzina di ostriche - bontà sua, Maestro - ma è sospetto che le offra anche a noi». Insomma «stabiliamo una sorta di mobbing - repulsione, disprezzo, discriminazione, apartheid? - nei confronti di tutti coloro che ci paiono spendere con troppa disinvoltura - perché i soldi al Maestro fanno schifo; quelli degli altri, beninteso - o cambiano macchina con troppa frequenza, anche se il nostro sospetto può essere ingiusto». Giacché «il sospetto e l'anticamera della verità», motto dei giustizialisti duri fin dai tempi di Mani Pulite, copyright Leoluca Orlando. Viene alla mente un bel saggio di qualche anno fa del sociologo (di sinistra) Luca Ricolfi dall'azzeccato titolo «Perché siamo antipatici»: l'autore descriveva impietosamente l'ingiustificato e spesso ridicolo complesso di superiorità culturale ed etica della sinistra. La citazione di questa lezione del Maestro gli sarebbe stata utilissima. Lezione che, per stessa ammissione del Maestro, prescrive discriminazioni preventive e generalizzate, purtroppo. Ma tant'è, la drammaticità della crisi etica impone di non andare tanto per il sottile, evitare anche solo il rischio del contagio. Evidentemente l'autore de «Il nome della rosa», grande conoscitore del Medioevo e delle sue abazie, ha bene in mente la famosa frase pronunciata dal legato pontificio Arnaud Amaury, abate di Citeaux, durante la cruentissima crociata contro i catari del 1209, in risposta al soldato che temeva di non saper distinguere gli eretici dai buoni cattolici: «Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi». Quindi, nel nostro caso, «schifateli tutti, la Bocassini riconoscerà i nostri».

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