Ecco i due imprenditori che stanno riportando luci e bimbi a Rogoredo

Locali, villaggio di Natale e spazi culturali Un investimento scommette sulla rinascita

Ecco i due imprenditori che stanno riportando luci e bimbi a Rogoredo

La luce e i bambini stanno tornando. Luci di Natale, giostre, musica, amiche che chiacchierano davanti a un tè. La normalità è la speranza di Rogoredo. E loro, Fiore e Christian, non si limitano a sperare. Hanno investito, e tanto, nella normalità di Rogoredo, che negli ultimi anni è diventato purtroppo un quartiere simbolo del degrado, il mercato dello spaccio più grande di Milano.

Ma la luce e i bambini stanno tornando. La luce oggi è la prima cosa che colpisce i passanti. Una luce inattesa, mai vista. Una cascata di luci per il villaggio di natale con la giostra e il trenino. E i bambini, con le loro famiglie, sono arrivati pochi giorni fa per l'inaugurazione del villaggio di Natale. Hanno portato le letterine. Adesso Fiore e Christian vogliono che ritornino quelle famiglie. Che non vadano più via. «Sono sicuro che cambierà - dice Fiore - il problema è quanto tempo ci vorrà».

Fiore Turchiarulo e Christian Battista , da undici anni sono i titolari del bar nel mezzanino della stazione metropolitana. Ne hanno viste passare tante. Ma adesso hanno acquistato l'antica villa ottocentesca davanti alla stazione, per ristrutturarla. Ne hanno fatto un bistrot che non ha niente da invidiare ai locali del centro, con linee avveniristiche e arredi di design. I clienti già ci sono, passeggeri in transito ma non solo. Accanto al locale, presto apriranno anche una serra per gli eventi e i negozi con servizi (abbigliamento, biglietteria, edicola). E il progetto è quello di completare l'opera con musica dal vivo e spettacoli per animare gli spazi interni e i dehor. Hanno 16 dipendenti, in tutto, «ma possiamo arrivare a 50» dice Fiore.

Di giorno il via-vai è continuo. Colazioni, pranzi, pizze, aperitivi. Anche cene aziendali. Ma il problema adesso è la sera. «Sembra il coprifuoco» racconta Fiore. Anche per questo, adesso, l'orario d'apertura si ferma alle 20, ma il sogno è restare aperti, senza paura, con la bella stagione. Stare aperti e organizzare serate con eventi e musica.

Per Rogoredo oggi passano 7 milioni di passeggeri l'anno fra metrò, passante e alta velocità. Un snodo senza pari a Milano, con grandi prospettive urbanistiche. Ma il nome oggi è associato a quel boschetto che costeggia i binari, il mercato dello spaccio, una piaga circoscritta che opprime le prospettive di un intero quartiere.

Quando hanno comprato la villa d'epoca conosciuta come l'Alberghetto le piante infestanti erano così alte che non si vedeva niente. Dentro c'era di tutto. E fuori auto incendiate e rottami di ogni tipo. Il degrado adesso si concentra nella via che porta al boschetto.

Con gli agenti che controllano in forze la zona c'è una sorta di simpatia reciproca, un'alleanza naturale. «Riceviamo ogni giorno complimenti - raccontano - abbiamo supporto e sostegno e per questo devo ringraziare tutti, il sindaco, il Municipio e gli uomini delle forze dell'ordine». La villa un tempo era stata sede di una stazione postale di Milano, adibita anche al cambio dei cavalli delle diligenze e al riposo dei viaggiatori. Da qui il nome del bistrot, «PostOfficeStation», aperto dove un tempo c'erano le stalle della vecchia stazione postale.

La presenza di quei giovani tossicodipendenti è ovviamente e oggettivamente un problema per le attività. E l'azione dei volontari ha esigenze diverse da quelle degli affari. «Io rispetto molto il lavoro che fanno - dice Fiore - chiedo se possibile un po' di attenzione anche per noi».

Fiore è figlio di due pugliesi, ha lavorato per dieci anni in California, dove è passato da cameriere («meno che cameriere - precisa - pulivo i tavoli, ero solo un bass boy») a direttore di un ristorante. Pensa in grande anche a Milano. «Perché tutto possa davvero alla normalità ci vorrebbe un segnale forte» rilette. E sogna di mettere allo stesso tavolo, uno dei suoi tavoli, il sindaco Beppe Sala, il presidente della Regione Attilio Fontana, e il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Vorrei che venisse a vedere cosa succede qui». «Ce la possiamo fare - sorride - anzi, ce la faremo sicuramente».

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