Un Giambellino in «giallo» Viaggio nel girone infernale

Le vicende del detective Zappa tra palazzoni e balordi Lunardini arrivato alla sua seconda prova narrativa

Francesca Amé

C'è qualcosa di particolare in tutti i libri gialli ambientati a Milano. Sta nel sapore lapidario dei titoli, nella toponomastica che rende ancora più complessa questa «città che sale». E se un tempo il grande Giorgio Scerbanenco scriveva «I milanesi ammazzano al sabato», oggi in libreria troviamo Matteo Lunardini, giornalista e scrittore, e il suo «Al Giambellino non si uccide» (Piemme editore, pp. 240, 17.50 euro).

Con teatri, cinema e musei chiusi e una vita sociale che per decreto regionale è prossima allo zero, vale la pena dedicarsi a qualche buona lettura: il giallo di Lunardini, qui alla sua seconda prova narrativa, è un intelligente scaccia-pensieri (come ogni buon giallo che si rispetti). Impariamo a conoscere il detective privato Roger Zappa che in un agosto milanese rovente paradossalmente così simile a queste nostre strane giornate, con poca gente in giro non ha molto lavoro, tranne che scervellarsi sulla scomparsa del cane di una novantenne. Zappa è noto al Giambellino perché ha una piccola trasmissione radiofonica in cui racconta, drammatizzando, presunti delitti. Quando comincia però a raccontare la morte di una prostituta e il giorno dopo davvero una donna viene ritrovata senza vita nel Bosco in Città (periferia diametralmente opposta), Zappa si trova la polizia alle costole e capisce che l'unico modo per dimostrare la sua innocenza è trovare il vero colpevole.

La Milano di queste zone, con i suoi palazzoni, i bar davanti ai quali si assemblano compagnie di variegata umanità (immigrati, vetero-anarchici, balordi, senza tetto) ci appare come un girone infernale: c'è piazza Napoli con i suoi palazzoni, c'è il Giambellino, dove la gente si conosce per nome e ci sono le locande che, conoscendo l'oste, ti servono ancora vino buono. Zappa si muove in Vespa, un ottimo stratagemma narrativo per scoprire, a velocità andante ma non troppo, le tante anime della nostra metropoli: seguiamo il racconto e intanto ci costruiamo una mappa noir della «città che sale». Ci sono i resti di Expo, vicino a Rho, c'è il nuovo skyline del Bosco Verticale e ci sono anche altri boschi, come quello di Rogoredo, dove giovani vite marciscono, si vendono, si fanno. Zappa procede nelle sue indagini e accanto ha Renzo, l'amico fedele, e Mario, che di mestiere fa il nerista (uno di quelli bravi: macina chilometri, verifica ogni fonte, non dà per scontato nessun particolare). Accanto a loro ruotano personaggi più o meno inquietanti, come Jimmy, che è una testa calda, sempre in cerca della rissa. Li seguiamo per piazza Tirana e lungo via Segneri che porta fino al Giambellino («una strada abbandonata da dio, sempre sporca»): la trama si aggroviglia e cattura fino alla fine.

Ci resta tra le mani un senso di verità che supera le lampanti finzioni romanzesche: tra le vie, i kebab, i locali dall'aria e dal sapore ambiguo, le macchinone che sfrecciano, i ragazzini con i telefoni, questa è la Milano che «sta in basso», «che scende» dal Bosco Verticale. Ce ne siamo accorti? Se Scerbanenco è stato maestro nello svelare il lato oscuro del boom economico, se l'indimenticabile Andrea G. Pinketts (scomparso troppo presto, nel dicembre del 2018) ha definito l'anima noir dei Navigli e Gianni Biondillo ha ridato dignità a Quarto Oggiaro, qui il vero protagonista sono il Giambellino e il Lorenteggio, con la loro umanità divisa. La gente per bene e quella balorda, chi cerca di integrarsi e chi vive ai margini, chi aspira a una vita in centro e chi a perdersi sotto il cavalcavia. Tutt'altro che genere minore, il giallo quando è ben fatto sa entrare nelle pieghe dell'anima di una città.